Hong Kong vuole il suffragio universale, ma il governo comunista cinese fa finta di non sentire

Più di 60mila persone hanno partecipato, il primo gennaio, ad una marcia per la democrazia a Hong Kong, in Cina, chiedendo al governo comunista di Pechino l’instaurazione del suffragio universale per l’elezione del loro leader. Appuntamento ormai tradizionale del nuovo anno, la manifestazione è partita da parco Victoria per arrivare fino al quartiere finanziario della città. «Siamo cittadini di Hong Kong, dobbiamo votare», ha dichiarato Sharon Tang, un impiegato d’ufficio di 49 anni che, come altri manifestanti, accusa il capo dell’esecutivo hongkonghese Leung Chun-ying di fare il gioco di Pechino. Gli abitanti di Hong Kong godono della libertà di parola, sconosciuta sul continente, ma in realtà il governo centrale comunista controlla rigidamente la vita politica locale. La Cina ha promesso di introdurre il suffragio universale diretto per l’elezione del capo dell’esecutivo nel 2017 e quella del Parlamento nel 2020. Ma molti democratici locali dubitano fortemente di tali promesse, il cui termine viene regolarmente ritardato. Con il sistema attuale il capo dell’esecutivo è eletto da un comitato di 1.200 membri in gran parte pro-Pechino.
Il punto di disaccordo tra il governo comunista cinese e Hong Kong riguarda le regole che stabiliscono chi può e chi non può candidarsi: il governo centrale di Pechino ha infatti stabilito che tutte le candidature debbano essere approvate da un comitato elettorale formato da 1200 persone, che però, secondo gli attivisti di Hong Kong, rappresenta i soli interessi cinesi. Le regole stabilite non sono state giudicate soddisfacenti da molti residenti, secondo i quali il Partito Comunista cinese vuole continuare a condizionare l’esito del voto selezionando solo i candidati graditi ed escludendo quelli di opposizione. Gli attivisti pro-democrazia hanno così organizzato una specie di “referendum civile” per chiedere nuove regole alle elezioni del 2017: il primo gennaio – hanno riferito gli organizzatori – più di 60mila persone hanno votato nei banchetti allestiti per la città, via telefono e via internet e circa il 90 per cento di loro si è espresso a favore di maggiore democrazia. Le proteste pacifiche sono dirette anche contro l’attuale governo di Hong Kong, guidato dal marzo 2012 dall’amministratore Leung Chun-ying, scelto dal Partito Comunista cinese. I manifestanti hanno chiesto a Leung Chun-ying di dimettersi, sia per le restrizioni alla democrazia imposte dall’amministrazione locale in linea con la politica di Pechino, sia per una serie di scandali legati a lavori di ristrutturazione nella sua casa, giudicati illegali da molti.
Dal punto di vista amministrativo, Hong Kong è una delle due Regioni Amministrative Speciali della Cina (l’altra è Macao, ex colonia portoghese che fa parte della Cina dal 1999). Abitata da poco più di 7 milioni di persone, è rimasta sotto l’amministrazione britannica fino al 1997 quando, sotto precise condizioni, è stata ceduta alla Cina.