“Happy Days” oggi sarebbe vietato: ha un eroe maschilista, un massone e tutti protagonisti etero

“Sunday, Monday, Happy Days”. Sono stata le prime parole d’inglese imparate da una intera generazione di italiani. Quella stessa generazione – il caso vuole che sia la stessa del presidente del Consiglio Enrico Letta – che rimaneva incollata davanti alla tv dalle 19,20. Orario indimenticabile per quei ragazzi che, imnmalinconiti dall’austerity e terrorizzati dagli anni di piombo, trovavano una via di fuga nelle avventure ingenue di un gruppo di teen ager degli anni Sessanta. La serie americana di Happy Days, che il 15 gennaio festeggia quarant’anni, nel nostro Paese arrivò soltanto tre anni dopo, l’8 dicembre 1977. Nelle case di bambini e adolescenti italiani, per quell’ora i compiti dovevano essere finiti (o bisognava millantare di averli finiti) per avere accesso alla visione del telefilm (a quell’ora se non era Furia era Orzowei). Quella nuova serie aveva però una marcia in più nonostante le soluzioni narrative elementari e i personaggi da cartone animato, senza veri cattivi, la capacità di creare un universo positivo, con una visione chiara di ciò che è bene e ciò che è male, senza distinguo, nello stesso periodo in cui vigeva la regola del “vietato vietare”. Una serie che deve aver influenzato almeno un altro paio di generazioni, a giudicare dal giubotto di pelle sfoderato da Renzi ad Amici, dove tutti hanno visto nella mossa giovanilista del sindaco di Firenze, un riecheggiare la gioventù “machista” rappresentata da Fonzie. L’idolo guappo, ma bonario, il maschio alpha di ogni gruppo, l’amico maggiore, capace di ogni risposta e di ogni soluzione. Ecco, la forza di quel telefilm era soprattutto nella capacità di suscitare empatia, di regalare un personaggio in cui ogni adolescente poteva immedesimarsi o, al peggio, riconoscere il compagno di banco, il fratello o la sorella minore. E mentre il mondo fuori era in piena guerra fredda, l’Italia era nella spirale del terrorismo e della criminalità organizzata, quei ragazzi che dividevano il mondo ancora in “maschi” e “femmine”, si regalavano un personaggio da inseguire, da imitare o semplicemente per cui fare il tifo. Alle fatidiche 19 e 20 si recavano nel salotto buono– perché c’era un solo apparecchio televisivo per ogni famiglia – e celebravano il loro rito quotidiano.  C’era chi “diventava” Richie Cunnigham, il protagonista timido e imbranato che incarnava la generazione dei bravi ragazzi. Altri sognavano con Fonzie. Ad accomunare tutti i maschi c’era l’amore per “Sottiletta”, la sorella minore del protagonista, la sola protagonista femminile in età da fidanzamento per i telespettatori. Le giovani telespettatrici si dividevano invece equamente tra il bello e simpatico Potsie e il fascino canagliesco di Fonzie.

A rivederlo, quarant’anni dopo, con lo spirito “politically correct” di questi nostri anni, quella serie non potrebbe neanche più andare in onda. Ad esempio, sarebbero censurati gli episodi dove il signor Cunningham, da buon massone, va ogni settimana alle riunioni della Loggia del Leopardo: come minimo scatterebbe l’interrogazione parlamentare. Provate poi a immaginare le polemiche per le scene in cui le ragazze cadono ai piedi di Fonzie al suo schioccare di dita. Le femministe di “Se non ora quando” scenderebbero di nuovo in piazza. Per non parlare dei contratti da precari che Arnold e Alfred impongono ai loro inservienti. E l’impiego di Richie alla ferramenta del papà? Ci scapperebbe una denuncia per incitamento allo sfruttamento del lavoro minorile. Ma il difetto peggiore starebbe nella famiglia Cunningham, così dannatamente tradizionale. Neanche una coppia di fatto, nessun protagonista con disturbi psicotici. Nessun drogato, nessun rappresentante di categorie protette, tutti bianchi, nessuno con disturbi bipolari, nessun vampiro, nessun supereroe. E poi, che noia, tutti i personaggi così banalmente eterosessuali. Tutti dannatamente normali. Happy Days. Giorni felici. Per dirla con una vecchia battuta: «Eravamo felici, ma non lo sapevamo».