“Gli anni spezzati”, sulla fiction Rai piovono polemiche. Perché ci sono verità scomode…

Punti di forza e punti di debolezza ce ne possono essere tanti in una fiction come Gli anni spezzati di cui abbiamo saggiato le prime due puntate dedicate al commissario Calabresi che in due sole puntate ha raccontato uno dei momenti più tragici e complessi degli anni di piombo, dalla strage di Piazza Fontana, alla morte dell’anarchico Pinelli, fino all’omicidio del commissario linciato da Lotta Continua. Aggiungendo anche qualche “finestra” sulle indagini che il commissario stava iniziando sulle Brigate Rosse, di cui si occuperanno le prossime due puntate sul giudice Sossi. Sfogliando i quotidiani e leggendo molti commenti in rete le prime due puntate del lavoro di Grazino diana – premiate con un “pieno” di telespettatori- hanno suscitato polemiche soprattutto sulla ricostruzione storica di episodi complicati e raccontati secondo alcuni in maniera troppo didascalica, secondo altri in maniera poco approfondita. A sinistra non è piaciuto l’equilibrio con cui è stato restituito alla memoria il commissario Calabresi («Il Commissario appare sin dalla prima puntata come il grande saggio, uomo di chiesa, predisposto all’ascolto ed alla moderazione, un Commissario che non voleva lo scontro», è il tenore di molti giudizi). Mauro Decortes, storico portavoce del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, snocciola un lungo elenco di cose che, secondo lui e gli anarchici milanesi amici di Valpreda e di Pinelli, nella fiction sono state travisate. Il punto dolente per le voci critiche è il caso-Pinelli, un momento chiave sul quale molti conservano dubbi e la cui sceneggiatura ha indotto a un confronto serrato gli stessi consulenti storici: ma alla fine la scena che tutti hanno visto si fonda sui dati accertati e sugli atti processuali. Che il giudice Calabresi non fosse presente nella stanza quando Pinelli si è gettato dalla finestra è un fatto. Durante il processo Calabresi chiarisce anche che l’ambulanza non fu chiamata prima della tragedia, come fu detto. Una serie tv che ha lo scopo di parlare anche alle nuove generazioni, a chi non conosce quella storia, difendendo anche la dignità di alcune personalità ha, tra innegabili difetti, assolto il compiuto di depurare quei fatti dalle impostazioni di parte finora prevalenti. Di fatto si rivela un pregio la consulenza storica affidata per la prima volta in una fiction Rai a studiosi non allineati come Aldalberto Baldoni e Luciano Garibaldi (affiancati da Sandro Provvisionato). Questa fiction è un ottimo precedente per poter leggere senza paraocchi ideologici capitoli di storia molto delicati. Viene ricordata qualche verità ancora scomoda, gli esecutori e i mandanti dell’omicidio Calabresi, alla luce dei fatti giudiziari. Si dice espressamente che Leonardo Marino in preda a una crisi di coscienza confessò alle autorità la sua partecipazione attiva all’omicidio insieme ad un altro militante di Lotta continua, Ovidio Bompressi  su incarico dei capi di Lc, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Viene messa in luce in più punti l’ambiguità dello Stato nell’indirizzare le indagini su Piazza Fontana prima sulla pista anarchica per poi gettarsi su quella dell’estrema destra. La teoria degli opposti estremismi. Un accenno che secondo molti andava approfondito, ma che comunque c’è. Leggendo però le critiche rivolte mosse alla ricostruzione storica, addirittura a una certa volontà revisionista, viene il sospetto che il pubblico più adulto di fronte alle fiction  storiche, nutra una tale mole di pregiudizi da storcere il naso a prescindere. Onestamente a parte qualche didascalismo di troppo e lo scivolone sulla presenza di un manifesto di Casa Pound in una sequenza – sicuramente una sciatteria che con più attenzione si poteva evitare – non pare si possano muovere chissà quali critiche alla produzione della Rai. Sul blog di MinimumFax, Minima&moralia, un’insegnante che dice di insegnare storia da cinque anni parla di «scempio, uno dei prodotti peggiori realizzati in Italia negli ultimi anni: un film non solo pessimo da un punto visto artistico e anche tecnico, ma risibile da quello documentario e storico. Un prodotto nocivo, venefico, viscidamente diseducativo». A parte la disinformazione sulla documentazione storica – che è stata bipartisan –  queste parole dimostrano che i conti con la storia vanno fatti e anche urgentemente per capire in che Paese viviamo. Questa fiction non sarà esaustiva ma è un inizio che invita a non credere all’intolleranza.