Esce il film “Sangue” e l’ex Br Senzani dice: non sono pentito, e faccio il tifo per Renzi

A ridosso dell’arrivo nelle sale del film Sangue di Pippo Delbono, l’ex capo delle Br Giovanni Senzani rilascia quella che è la sua prima intervista. È pubblicata su Panorama di questa settimana, con il titolo «Ho ucciso, ma solo ora ho capito cos’è la morte». Intorno alla morte, quella della madre del regista e quella della moglie dell’ex Br, è costruita anche la pellicola, che è ora in alcuni cinema di Roma e Milano e poi passerà anche a Napoli, Bologna e Bari. Il film, che è tutto girato con il cellulare, ha suscitato molte polemiche la scorsa estate, dopo la presentazione e la premiazione al Festival di Locarno. «Il film non apre un discorso politico, è il racconto di due persone smarrite», ha spiegato il regista, aggiungendo che «ho fatto un film con un ex brigatista, non sulle Br». L’accusa, invece, era di aver dato voce a un ex terrorista, che è protagonista delle riprese insieme a lui e che nella parte finale ripercorre l’uccisione di Roberto Peci, l’operaio fratello del primo pentito delle Br, Patrizio, decisa dai terroristi quando a guidarli era proprio Senzani. Di quell’omicidio l’ex Br, che quando abbracciò la lotta armata era docente di criminologia a Firenze e consulente del ministero di Grazia e Giustizia, parla anche con Panorama, nell’ambito di un colloquio che rischia di dare il via a nuove, feroci critiche. «Nel film dice che come atto di pietà dopo averlo ucciso gli toglieste la benda per vedere se era morto. Ma di che pietà parla?», gli chiede Terry Marocco, che ha realizzato l’articolo. «Ho vissuto quella scena molte volte, la desolazione terribile di quel casolare, scoprire gli occhi a quell’uomo morto e il suo urlo che rimane. È la pietà di fronte alla morte», risponde Senzani, che altrove spiega di aver capito la morte solo quando l’ha vissuta sulla propria pelle, con la perdita della moglie: «Ho perso una compagna molto amata, ora so che significa perdere marito e padre, com’è stato per moglie e figlia di Peci». «In tre anni le sono stato sempre vicino», racconta, parlando di quello che accadde quando uscì dal carcere. «Poi peggiorò, era ormai una vita tra parentesi. Se ne è andata velocemente. Allora ho capito che la morte è uguale per tutti, sia quando la subisci, sia quando la dai. Ha sempre lo stesso significato». «Ti sconvolge l’assenza, soffri per la scomparsa. E allora – aggiunge Senzani – ho sentito il dolore di tutti quelli che la morte l’avevano incontrata per mano mia. È un dolore universale, che mi ha fatto capire quello che avevo fatto».  Questo, però, non l’ha portato a rivedere la sua posizione sulla possibilità di pentirsi e di chiedere perdono, sempre rifiutata. «Dovrei dire: scusatemi, ho ucciso? Io non credo nel perdono, non mi permetterei mai di chiedere perdono, mi sembra un’offesa. Mi sembra pornografico andare davanti a qualcuno, cui hai ucciso il padre o il marito, e chiedere perdono. È banalizzare il dolore». Quanto al pentirsi, poi, Senzani sostiene che «il mio passato rimarrà sempre con me, so quello che ho fatto. Ma che senso ha dire, adesso, mi rammarico, sono dispiaciuto? Non sono pentito della mia vita, ho fatto quelle cose, mi accompagneranno sempre. È una ferita che non può guarire». E ancora: «Non sono pentito, non posso dirlo, non ha senso dirlo. E poi in Italia il pentimento è solo un do ut des per ottenere qualcosa, è una categoria che serve solo per trattare con lo Stato». La parte forse più sorprendente dell’intervista, però, è un’altra, quella sulla politica attuale, perché è quella che proprio non ci si aspetterebbe. «Che effetto le fa la nostra politica?», è la domanda dopo il ragionamento di Senzani sul fallimento del marxismo e della lotta armata. «Ho dovuto ascoltare Massimo D’Alema dire che Matteo Renzi non è di sinistra. Perché, lui lo è? È ridicolo. Renzi è uno che non si dà pace, lavora in continuazione. È veloce, e un programma lo ha di sicuro», dice Senzani, ammettendo che «è paradossale che mi trovi qui a lodare Renzi».