Concordia, due anni dopo: cerimonie, sfilate di naufraghi e il “dolore” di Schettino

«Esprimo il mio più profondo cordoglio e rinnovo la mia vicinanza ai famigliari delle vittime. Mi associo al silenzio commemorativo in aula che rinnova un dolore indelebile per tutto noi». Ci sono voluti due lunghi anni di lutto per arrivare ad ascoltare queste parole del comandante Schettino. Due anni di dolore. Recriminazioni. Testimonianze. Due anni di ricerche, intorno e dentro quel gigante spiaggiato a poca distanza dalla costa. Due anni che sono niente per metabolizzare lo choc di una vicenda incredibile come quella del naufragio della Costa Condordia. Due anni di accuse, di repliche, di battaglie legali. Due anni di ricerche, al termine delle quali manca ancora all’appello il corpo di un disperso. Due anni di dibattimento che, con l’appuntamento processuale di oggi a Grosseto, lasciano aperta una delle pagine più sconcertanti della nostra cronaca, una pagina in cui ritorna incessantemente il nome del comandante Schettino, unico imputato accusato di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, disastro colposo, abbandono di incapace e mancate comunicazioni alle autorità e che, peraltro, oggi non sarà presente all’udienza a Grosseto, a causa dell’adesione dei suoi legali allo sciopero degli avvocati penalisti italiani, in programma da oggi al 15 gennaio.

La sentenza è prevista per la fine dell’anno: nel frattempo, altri quattro ufficiali e il manager Costa Roberto Ferrarini hanno patteggiato pene tra 1 anno e 6 mesi e 2 anni e 10 mesi. Verdetti decisamente clementi che, non a caso, il 31 gennaio prossimo la Cassazione dovrà valutare, chiamata in causa dal ricorso presentato dalla procura generale di Firenze che ha considerato quei patteggiamenti «eccessivamente miti». Quasi un colpo di spugna su quella tragica notte di panico e di morte, costata la vita a trentadue persone. Un ricordo indelebile di orrore e dolore alle altre 4197 persone a bordo quel 13 gennaio del 2012. Un disastro su tutti i fronti per la compagnia di navigazione, e un’onta incancellabile per l’immagine del nostro Paese.

Una notte drammatica, quella cominciata alle 21.45  del 13 gennaio, quando la Costa Concordia naufragava sullo scoglio delle Scole davanti all’isola del Giglio. Una notte ricostruita minuto per minuto, in due anni di processo mediatico, e beffardamente sintetizzata nell’immaginario collettivo dal fotogramma di Schettino sulla plancia, che si porta la mano alla fronte, come da quel «Salga a bordo c…» pronunciato con veemenza del responsabile della sala operativa della Capitaneria di Livorno, Gregorio De Falco. Immagini, parole, dolori, deflagrati in due anni anche nella platea del Teatro moderno di Grosseto, trasformato in aula di giustizia per ospitare un processo mastodontico, con 700 testimoni e 250 parti civili con rispettivi avvocati. Un processo in cui i sopravvissuti puntano il dito contro l’ex comandante che – beffa delle beffe – ha a sua volta aperto un contenzioso contro la Costa che, nel frattempo, lo ha licenziato.

Responsabile unico o capro espiatorio? Un dilemma che in questi 24 lunghi mesi ancora non è stato risolto del tutto. Anche se c’è chi, come  l’avvocato Massimiliano Gabrielli di Roma, che assiste col pool “Giustizia per la Concordia” numerosi naufraghi, al termine del minuto di silenzio osservato in aula durante la breve udienza di stamani, ha dichiarato: «Le responsabilità non sono solo del comandante Francesco Schettino, peraltro già appurate, ma anche di Costa Crociere, che ha responsabilità ben maggiori nel naufragio». Così, in questa vicenda che ancora non smette di stupire, accade anche che irrompa un finto cartello stradale di “pericolo scogli” dedicato al comandante: è spuntato nella notte ai Tre Ponti di Livorno. Sul cartello triangolare, piantato in acqua da ignoti alla foce del rio Ardenza, probabilmente la scorsa notte, è tragi-comicamente raffigurata una nave che naviga verso gli scogli, mentre nella parte inferiore si legge la scritta «Sc(ogli)hettino»…