Cognome del padre e della madre, quel ddl demenziale che distrugge in un baleno un codice millenario

Non sapremo mai quanti politici italiani siano realmente convinti dell’opportunità, al di là del solito unanimismo di facciata,  di consentire per legge la possibilità automatica di trasmettere ai figli il cognome della madre. Quando parla la Corte di Strasburgo è come se parlasse l’Oracolo di Delfi e guai a discuterne o, peggio ancora, a contestarne il verdetto. Non sorprende quindi che il Consiglio dei ministri abbia deliberato, con uno zelo degno di miglior causa, un disegno di legge che prevede per l’appunto la possibilità di trasmettere il cognome della madre (ci deve essere però l’accordo di entrambi i genitori) quando non erano passate neanche 48 ore dalla pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo. In meno di due giorni, il governo italiano ha dunque detto la parola fine (bisognerà però vedere quale sarà la sorte del disegno di legge in Parlamento: ma con il conformismo che c’è in Italia non è difficile immaginarlo) a un costume plurimillenario e che rimanda  al Dna stesso della nostra società. Se il governo agisse con la stessa determinazione e celerità sul fronte della riforme economico sociali saremmo davvero il Paese guida d’Europa. Ma, tant’è, la politica nostrana agisce con sollecitudine solo sui temi sostenuti dal coro unanime della neoideologia più caramellosa; e, soprattutto, attraverso decisioni che, apparentemente, non dovrebbero costare nulla. Diciamo “apparentemente” perché, in realtà, le conseguenze di una eventuale approvazione di tale, sciagurato,  disegno di legge le subirebbero le generazioni a venire.

C’è dunque da applaudire con piena convinzione alle parole di Giorgia Meloni che, unica esponente della politica italiana, ha avuto il coraggio di esprimere il suo dissenso contro l’improvvida decisione del governo, distinguendosi con nettezza dal coro degli sdilinquimenti che hanno seguito il varo del disegno di legge. Le parole della leader di Fratelli d’Italia  sono ispirate a un buon senso che pare diventato merce rara nell’Italia politica di oggi. «La proposta varata dal Cdm sul doppio cognome – sottolinea la Meloni – non aiuta l’armonia familiare, anzi, la mette fortemente in discussione. Per non litigare costantemente infatti è quasi scontato che i genitori opteranno per la scelta del doppio cognome. Ci ritroveremo dunque dei bambini, da oggi e fino alle prossime quattro generazioni, con una media di sedici cognomi diversi per ciascuno. Senza contare che fratelli e sorelle con lo stesso padre e la stessa madre, potrebbero avere cognomi diversi, poiché non è prevista l’applicazione retroattiva di questa norma. Più sensato sarebbe stato mantenere l’automatismo del cognome paterno ma consentire ai figli di scegliere, al momento della maturità, se eventualmente rinunciare a quel cognome per assumere quello della madre. Tuttavia rimane l’interrogativo su un’Europa e un governo italiano che sembrano non avere meglio di fare che occuparsi di questioni marginali piuttosto che delle vere emergenze della Nazione. Si direbbe che il tentativo è quello di gettare fumo negli occhi degli italiani».

Non c’è molto da aggiungere alla sensatezza e alla puntualità di queste osservazioni. L’augurio è che la ragionevolezza alla fine prevalga. Certi temi andrebbero sottratti al chiacchiericcio vano, e spesso sciocco, di un’opinione pubblica che pare non sapere più quale sia la scala di importanza dei problemi.  Parlate pure di “contratto di governo” e di altre amenità. Ma giù le mani dai nomi dei padri.