Cina, repressione e condanne. Ma l’Europa si emoziona per la visita del presidente

La repressione politica in Cina sembra non aver mai fine: dal Tibet, alle minoranze etniche e religiose, dai singoli attivisti per i diritti umani, eppure il mondo occidentale sembra non accorgersene, passando sopra a tutto con disinvoltura. Quel mondo, Stati Uniti e Unione europea in testa, pronti a condannare la Russia di Putin a ogni piè sospinto o Israele per una presunta eccessiva durezza nei rapporto con gli arabi. Ebbene, quando il violatore dei diritti umani è Pechino, tutti sembrano non accorgersene, e parole come Tibet, laogai (i campi di concentramento della Cina comunista, ndr), diritti umani, pluripartitismo, diventano parole assolutamente prive di significato. Poche ore fa l’attivista cinese per i diritti umani Hu Jia è stato fermato dalla polizia cinese, dopo aver denunciato dai microfoni dell’emittente americana Radio Free Asia (Rfa) la condanna a quattro anni di prigione inflitta all’avvocato anti-corruzione Xu Zhiyong. Lo hanno dichiarato fonti del dissenso alla stessa Rfa. Secondo i dissidenti, Hu Jia potrebbe essere accusato dello stesso reato per il quale è stato condannato Xu, cioè l’aver preso iniziative per «disturbare l’ordine pubblico». Hu Jia, noto per aver combattuto contro le discriminazioni verso i malati di Aids, è già stato in prigione per tre anni e mezzo dopo essere stato arrestato nel 2008 e condannato per «istigazione alla sovversione». L’avvocato Xu Zhiyong chiedeva uguaglianza, moralità nella vita pubblica e trasparenza sulle ricchezze dei funzionari pubblici. Ma mercoledì scorso è stato condannato a 4 anni di reclusione. Già nei giorni scorsi, in occasione dell’arresto di altri militanti, Amnesty International aveva espresso preoccupazione. Xu, 40 anni, sostenitore della riforma del sistema giudiziario, è il fondatore del Movimento dei nuovi cittadini, una rete di attivisti nel mirino delle autorità. Tra le attività del gruppo alcuni raduni in strada e discussioni pubbliche su argomenti legati alla società civile, dall’uguaglianza alla corruzione delle élite. Durante il suo processo, Xu Zhiyong è rimasto in silenzio non volendo partecipare «a questa messa in scena teatrale», come aveva spiegato il suo legale. Human Rights Watch e Amnesty hanno immediatamente condannato il verdetto, e i sostenitori di Xu hanno espresso incredulità. Il processo a Xu si è svolto a porte chiuse, fra imponenti misure di sicurezza e il divieto per la stampa estera di entrare in aula. Anche ai diplomatici europei non è stato permesso di assistere al procedimento. Per questo e altro gli avvocati di Xu hanno affermato di considerare il processo illegale. Silenzio totale da parte dell’Occidente anche dopo il rapporto pubblicato dall’International Consortium of Investigative Journalists, un’organizzazione con sede a Washington che riunisce giornalisti investigativi di tutto il mondo, in cui erano contenuti i nomi degli oligarchi cinesi con conti nei paradisi fiscali internazionali. Nel rapporto dell’Icij, molti i nomi eccellenti: a partire dal cognato dell’attuale presidente e segretario del partito, Xi Jinping; a quelli del figlio e del genero dell’ex premier Wen Jiabao. C’è poi il cugino dell’ex presidente Hu Jintao, la figlia dell’ex premier Li Peng e il genero di Deng Xiaoping. Oltre a loro, parenti stretti di ex vicepresidenti, di fondatori del partito, di eroi della rivoluzione vari, di generali dell’esercito assortiti. La lista, che in totale presenta 22.000 nomi provenienti da Cina e Hong Kong e 16.000 da Taiwan, elenca molti dei super ricchi di Cina. Per guadagnare ulteriormente poi alcune aziende delle Cina continentale vendevano i loro prodotti alle loro stesse sussidiarie off shore a prezzi molto bassi per poi rivendere in loco gli stessi prodotti a prezzi maggiorati ed evitando il pagamento delle tasse. Di per sé, la cosa non sarebbe illegale in quanto i funzionari cinesi non sono obbligati a rivelare le loro ricchezze. Sul web i commenti al rapporto sono stati censurati, così come i siti che lo riportano, ma i commenti infuriati di molti cinesi serpeggiano, anche se queste notizie non hanno colto di sorpresa nessuno. Già l’anno scorso inchieste del New York Times e di Bloomberg aveva rivelato le enormi ricchezze di Xi Jinping e dell’ex premier Wen Jiabao. Da Hong Kong, primo paradiso fiscale per i cinesi, negli anni ’90, le ricchezze sono state trasferite nei paradisi fiscali d’Oltreoceano, come Samoa e le Cook. Certo ora, con la campagna pro-sobrietà voluta da Xi Jinping che ha vietato gli sfarzi e gli sprechi per i funzionari pubblici, l’esigenza di «preservare» le proprie ricchezze – come hanno sottolineato alcuni analisti politici – in posti sicuri e fruttuosi al tempo stesso potrebbe essere diventata più stringente. Eppure, nonostante tutto questo, un’emozionatissima Catherine Ashton, “rappresentante” della politica estera della Ue, ha fatto sapere che il presidente cinese Xi Jinping ha confermato che arriverà presto a Bruxelles in visita alla Ue. La visita, che Ashton ha definito «importante e storica», sarebbe la prima di un presidente cinese alle istituzioni europee…