Camorra, quelle parole profetiche della radicale Bernardini sul riciclaggio nei ristoranti della Capitale

Era l’estate del 2007. E in una conferenza stampa sulla tossicodipendenza, l’allora segretaria dei Radicali italiani accese una miccia: «Ho l’impressione che ci sia un grande riciclaggio di denaro che deriva dal mercato illegale delle sostanze stupefacenti, di guadagni che provengono dal proibizionismo, proprio intorno ai palazzi della politica», ipotizzò l’esponente radicale. Che aggiunse, a scanso di equivoci: «è una mia impressione, me ne assumo le responsabilità. Rilevo che la lingua parlata sempre più nei locali e nei bar intorno a questi palazzi e’ il napoletano. Si tratta di ingressi recenti con la spesa di centinaia di migliaia di euro in ristrutturazioni». Profetica, aggiunse: «Provate a fare un giro nella zona di Sant’Eustachio o a Largo Argentina: sono stati rilevati molti locali, non so se dalla camorra. A me la cosa da cittadina insospettisce e perché non insospettisce anche i magistrati? Perché le forze dell’ordine non fanno delle indagini?». Parole che oggi, a sette anni di distanza, suonano premonitrici. Soprattutto dopo la recente operazione della Direzione nazionale Antimafia che ha portato all’arresto di 90 persone e al sequestro di decine e decine di ristoranti, pizzerie, bar e altre attività commerciali avviate nel centro storico della Capitale dalla camorra per riciclare i proventi delle attività criminali.
L’uscita della Bernardini sollevò un vespaio di polemiche. Qualcuno, all’epoca, si prese la briga di andare ad offrire il microfono a meridionali “illustri” per rispondere a tono alla radicale che si era permessa di gettare il seme del dubbio su quel vorticoso giro di denaro che faceva passare di mano, di giorno in giorno, locali storici trasformandoli in pizzerie campane. Una colonizzazione culinaria forsennata e supportata da robuste iniezioni di capitali che poteva, effettivamente, generare qualche sospetto. Fu un giornalismo senza sforzo. La Bernardini fu crocifissa  e infilzata dalle dichiarazioni feroci, fintamente indignate, di politici di sinistra e di destra, attori, registi, sociologi, scrittori, cantanti neo-melodici e, naturalmente, commercianti campani radicati nella Capitale. Un circo Barnum che ebbe gioco facile.
«Razzista» fu il commento più gentile che si beccò la Bernardini.
Dalle colonne del Corriere della Sera, Antonio Di Pietro attaccò frontalmente la Bernardini parlando di «classificazione lombrosiana». Per l’ex-pm, oggi trombato, quella della Bernardini era «un’operazione sconveniente, ingiustificata e volgare». Qualcuno si spinse pure più in là. Ipotizzò che l’esponente radicale era sotto una botta di caldo accusandola di «parlare a vanvera e dire scemenze».
«Parole sotto l’ombrellone, in libertà», tagliò corto l’allora presidente provinciale di Napoli di Ascom-Confcommercio, patron del famoso ristorante partenopeo “Ciro a Santa Brigida”, tra i primi a investire nella ristorazione napoletana a Roma, dove aprì la “Terrazza Barberini”.
«Meglio i napoletani che i cinesi», ribattè qualcun altro.
Il più cauto fu, ovviamente, il più informato. Italo Ormanni, allora procuratore distrettuale antimafia del Lazio e napoletano doc non ebbe difficoltà a confermare che la Dda guardava «con grande attenzione al fenomeno», spiegando anche nei dettagli come la Procura di Roma aveva deciso di muoversi:  «Abbiamo diviso il territorio del Lazio in zone, e per ognuna di esse c’è il lavoro di due magistrati, uno esperto di reati economici come il riciclaggio e l’altro di quelli contro la persona come le estorsioni. Roma è la realtà a cui poi guardano tutti, quindi capillarmente valutata». Ormanni si dimostrò tutt’altro che sorpreso dall’uscita della Bernardini. E d’altra parte le inchieste appena concluse all’epoca disegnavano uno scenario molto coerente con quanto andava denunciando, allarmata, la Bernardini: sequestri preventivi di immobili proprio a Roma e con 22 indagati e 11 arresti tra imprenditori affiliati e soggetti organici al clan casertano di Michele Zagaria, l’allora boss superlatitante dei Casalesi arrestato poi il 7 dicembre 2011 dopo ore e ore di assedio del suo bunker di Casapenna dove si era asserragliato.
Il sospetto della Bernardini fu poi rinforzato dalla sua collega di partito, l’attuale ministro degli Esteri, Emma Bonino. Che, mentre era in corsa come candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio, giusto tre anni fa, accentò, sul suo blog, la questione: «Leggo che a Roma si comprano ristoranti, gioiellerie, negozi e che non si sa bene come spendere i soldi ammucchiati grazie ad affari loschi. Leggo che la Capitale è sotto attacco».
Oggi si scopre che molti di quei locali, sorti come funghi intorno ai palazzi del potere come portabandiera della traduzione culinaria partenopea altro non erano che attività di copertura e riciclaggio della camorra. Con buona pace di chi, più di sette anni fa, si scaglio contro le parole profetiche della Bernardini.