Assolto Scajola, il fatto non costituisce reato. E per Anemone arriva la prescrizione

Scagionato completamente perché il fatto non costituisce reato. L’ex-ministro degli Interni, Claudio Scajola esce a testa alta dal processo che lo vedeva imputato al Tribunale di Roma per l’acquisto di un appartamento in via del Fagutale, a pochi passi dal Colosseo, acquisto al quale avrebbe contribuito, secondo l’accusa, l’imprenditore Diego Anemone, attraverso l’architetto Zampolini, versando, nel luglio 2004, la ragguardevole cifra di circa 1,1 milioni di euro su 1,7 milioni complessivi e di altri centomila euro per la ristrutturazione. Anemone, anche lui imputato nello stesso procedimento perché accusato di finanziamento illecito, è stato invece prosciolto perché il reato è prescritto.
«Ho sempre detto la verità. Questo processo non doveva neanche cominciare perché era tutto prescritto: la decisione del giudice di assolvermi assume ancora maggior valore», ha detto nell’immediatezza della sentenza Scajola parlando al telefono prima con Silvio Berlusconi, poi con Fedele Confalonieri e con Nicolò Ghedini.
È un vero colpo di scena quello che si è materializzato di fronte ai giudici romani che hanno respinto integralmente la ricostruzione dei pm Ilaria Calò e Roberto Felici, i quali avevano chiesto 3 anni di condanna per Claudio Scajola e Diego Anemone e una maximulta da 2 milioni di euro. La ricostruzione dei magistrati romani era stata duramente contestata dalla difesa dell’ex-ministro, secondo la quale «le prove documentali e testimoniali emerse durante il processo hanno rivelato la superficialità e l’inesattezza delle indagini condotte dalla guardia di Finanza».
Per l’accusa la tesi del finanziamento dell’acquisto dell’appartamento a insaputa di Scajola era del tutto incredibile e anzi, secondo i pm che avevano affrontato il processo con una durissima requisitoria, la vicenda rientrava in un «esteso sistema corruttivo» andato avanti dal 1999 al 2010. Per i pm non è credibile che l’ex-ministro non si «sia reso conto che qualcuno al suo posto versasse una somma così enorme», circa 1 milione e 100 mila euro. I magistrati romani hanno ricordato, durante il dibattimento, che in quel periodo, dal 1999 al 2010 Anemone ha ottenuto appalti per oltre 300 milioni di euro infiltrando con il suo gruppo le istituzioni ai più alti livelli».
Peraltro, secondo i magistrati «l’acquisto e la ristrutturazione della casa di Scajola non è un fatto isolato ma rappresenta uno dei tanti episodi di patente corruzione a cui occorreva dare una veste politica».
Dal canto suo per l’avvocato Elisabetta Busuito, uno dei due difensori di Scajola, «non vi è alcun riscontro provato che supporti il reato di finanziamento illecito. La perizia relativa ai flussi bancari ha rivelato come non vi sia traccia rispetto ad orari e modalità di versamento degli assegni. La perizia relativa al valore dell’immobile – ha spiegato il legale di Scajola – ha confermato la congruita’ del valore dell’immobile di via del Fagutale rispetto alla cifra pagata dall’onorevole Scajola».
Identico il ragionamento dell’avvocato Antonio Barbieri, difensore di Anemone, secondo il quale nel corso del processo «non e’ emerso un solo elemento certo in ordine alla provenienza dei soldi per l’acquisto della casa dalle società di Anemone». Poi il colpo di scena.