Coppie di fatto, con e senza gay: il Pd ci riprova. Dopo Dico e Pacs arrivano le “civil partnership”

Il Pd di Matteo Renzi, ai blocchi di partenza della nuova corsa alla conquista del consenso elettorale, riparte dalle unioni civili. Il controverso tema, che negli anni è stato tradotto in diverse proposte di legge avanzate dai vari schieramenti politici, è soprattutto uno dei cavalli di battaglia dei democratici, pronto a essere cavalcato all’inaugurazione di ogni “nuovo corso”. Così, saldamente in sella il nuovo portabandiera di turno, e pronto l’acronimo riassuntivo, i democrat dell’era renziana si dichiarano ancora una volta determinati a far sventolare una ennesimo prontuario giuridico sul tema, come vessillo del nuovo corso politico: e le unioni civili tornano al centro della scena propagandistica. E se nel 2002 è stata la volta dei Pacs, sul modello francese; italianizzati a distanza di cinque anni, nel 2007, nei Dico tempestivamente propugnati dal governo Prodi, in queste ore tocca a Matteo Renzi rinverdire la proposta dell’unione civile, stavolta declinata all’archetipo anglosassone delle civil partenership. Così, nel suo lungo intervento all’Assemblea di ieri a Milano, il neo segretario – pur non celando una certa prudenza d’obbligo in merito alla spinosa questione – ha detto chiaramente che «il tema delle unioni civili sarà inserito nel patto di coalizione, che piaccia a Giovanardi o no». In realtà, però, più che a quello che accade nel centrodestra, Renzi dovrebbe guardare a quello che succede in casa Pd: perché il vero campo di battaglia, contrariamente a quanto si possa pensare, è quello situato a destra del partito democratico, già infuocato terreno di scontro all’epoca dei Dico prodiani, silurati con bellicosa determinazione dalle frange cattoliche dei progressisti capitanate da Rosy Bindi.

In parlamento, comunque, sono numerose le proposte di legge che vogliono regolare le unioni civili, ma il Pd torna a rivendicare il suo imprimatur: in settimana, hanno annunciato i senatori democratici Andrea Marcucci e Laura Cantini a margine dell’assemblea milanese, sarà presentato un disegno di legge su modello britannico. E per l’appunto, un avvocato inglese ha fatto da consulente al Pd per riproporre in casa nostra una legge simile a quella anglosassone, rivolta alle coppie possibili, etero e omosessauli, che si uniscono ma senza contrarre un regolare matrimonio. Una normativa che prevede una procedura semplice, (per cui basterà recarsi presso l’ufficio del registro del comune per regolarizzare la propria posizione e sottoscrivere l’unione) e che prevede regole previdenziali e pensionistiche per i partners. Un elenco di soluzioni da trovare senz’altro, ma non di prioritaria importanza rispetto ad altre impellenze di cui necessita il Paese stretto nella morsa della crisi, con il nodo degli esodati da sciogliere e il cappio al collo del precariato e della disoccupazione. Peraltro, a proposito di questioni insolute, anche questa nuova proposta Pd lascerebbe aperta la questione delle adozioni: la proposta democratica, infatti, non prevede la possibilità di adottare i figli, cosa che farà storcere il naso alle coppie gay; una decisione presa evidentemente per evitare le barricate dei cattolici. Una scelta obbligata che Laura Cantini ha nobilitato definendola sulle pagine de La Repubblica «un mancato passo in avanti». «Ci fermiamo – ha spiegato allora la senatrice pd – dove il Paese è maturo per arrivare, prima del matrimonio tra persone dello stesso sesso, e prima della delicatissima questione dei figli e delle adozioni». Una battuta d’arresto, fino alla nuova, prossima corsa…