Tentò di soffocare la figlia che «aveva disonorato l’Islam». La Cassazione: si riduca la pena

Altra sentenza choc, di una Giustizia che continua a scatenare critiche e a perdere credibilità: grazie alla “comprensione” della Cassazione, il padre egiziano che nel settembre del 2011 ha tentato di soffocare con una busta di plastica la figlia, “colpevole” di aver disonorato l’Islam per via dei rapporti sessuali con il fidanzato italiano, riceverà una condanna ridotta rispetto ai sette anni ricevuti in appello con l’aggravante della premeditazione e dei futili motivi. Prima di tentare di soffocare la figlia con una busta di plastica in testa e i manici stretti al collo, l’uomo aveva atteso che sua moglie – una donna italiana – fosse uscita di casa. La ragazza, vicina al compimento dei diciotto anni, riuscì a lacerare il sacchetto e implorò il padre di punirla ma di non ucciderla. Ma l’uomo rispose che «le botte non servivano, doveva pagare per quello che aveva fatto», e a lui «non importava di finire in galera». Solo la fuga in casa di una zia mise in salvo la ragazza. A scatenare l’egiziano, che già da mesi non digeriva il legame della figlia, era stato il fatto che il giorno prima l’aveva sorpresa sola in casa con il fidanzato: lei si copriva con un asciugamano mentre il ragazzo si era nascosto sul balcone. Ora la Corte di Appello dovrà rivedere il suo verdetto.

«Per quanto i motivi che hanno mosso l’imputato non siano assolutamente condivisibili nella moderna società occidentale – scrive la Suprema Corte – gli stessi non possono essere definiti futili, non potendosi definire né lieve né banale la spinta che ha mosso l’imputato ad agire». Anche la circostanza che il padre dopo aver saputo del “disonore” che il comportamento della figlia aveva gettato sulla famiglia abbia meditato il delitto per una notte intera, è un lasso di tempo troppo breve per parlare di “premeditazione”. Per questo gli “ermellini” hanno annullato con rinvio, limitatamente alle aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, la condanna a sette anni di reclusione inflitti ad Hamed Ahamed dalla Corte di Appello di Milano. Deve aver fatto breccia, nei supremi giudici, la tesi difensiva dell’ imputato egiziano che ha fatto presente che «comunque non può essere considerato futile un motivo fondato sull’onore della famiglia e sulla violazione del precetto religioso di non congiungersi carnalmente con persona di fede diversa».