Simbolo di An, è polemica. Gasparri: “Ha votato solo un terzo degli iscritti”. Menia: “L’esito è sbagliato”

È polemica sul simbolo di An. Il voto dell’assemblea che consente a Fratelli d’Italia di  utilizzare il simbolo nel logo del partito è contestato da Gasparri e Matteoli e dal gruppo di Menia-Poli Bortone, che erano per un congelamento del simbolo. Le loro mozioni sono state ritirate e ora Gasparri minaccia un «inevitabile contenzioso».  I rilievi del vicepresidente della Camera, ora in FI, riguardano la legittimità stessa della scelta di votare sull’uso del simbolo perché, a suo avviso, la fondazione di Alleanza Nazionale non poteva decidere sul dare ad un altro partito l’utilizzo della Fiamma con la scritta Alleanza Nazionale, simbolo storico della destra nella Prima Repubblica. In una nota congiunta Gasparri e Matteoli contestano anche la confusione che si è fatta sulle regole statutarie: «Alla fine – scrivono – su oltre mille iscritti alla Fondazione, hanno rinnovato l’adesione in 695. La mozione approvata ha ottenuto 290 voti, proponendo l’uso parziale e provvisorio del simbolo An da attribuire ai Fratelli d’Italia. Il numero degli aventi diritto, 695, ma che non hanno partecipato al voto ritenendo inammissibile la mozione sull’uso del simbolo, è stato quindi superiore a 400», argomentano. «Noi abbiamo ritirato la nostra mozione che ribadiva la necessità di decisioni limitate ai compiti statutari della Fondazione, anche in considerazione del caos che ha caratterizzato vari momenti dei lavori. Le modalità confuse con cui si è conclusa l’assemblea e la decisione presa appare non legittima anche sotto il profilo numerico, essendo stata presa da meno di un terzo degli aderenti alla Fondazione», concludono i due senatori di FI. Un contenzioso, ora sarà «inevitabile», dice Gasparri.

Anche Roberto Menia si dichiara insoddisfatto dell’esito della votazione, ritenendolo «un atto di arroganza verso un simbolo che ha raccolto milioni di voti e che ora diventa parte minimale di un logo di un altro partito». Menia, che è il promotore di una delle altre due mozioni che poi sono state ritirate, non nasconde la sua delusione perché cercava, a suo dire, un accordo. Invece c’è stato, secondo lui, «un prendere o lasciare. Poteva esserci la ripartenza della destra riaprendo quella casa che avevamo chiuso per andare nel Pdl, Non vedo perché – aggiunge – un partito dell’1,7% possa pretendere di essere il riferimento di tutta l’aria che era di An».