Renzi vola nei sondaggi e non cita Napolitano. Più chiaro di così che è pronto a scalzare Letta…

Il Corriere della Sera ha persino scomodato i “cavalli di razza” della Dc, Fanfani e Moro, per nobilitare l’alleanza-concorrente dei nuovi puledri della scuderia scudocrociata e cioè Renzi e Letta. Ed in effetti, stando almeno alla geografia, tre su quattro (escluso Moro, nato a Maglie, in Puglia) sono accomunati dalla provenienza toscana. Ma è meglio fermarsi all’atlante perché se passiamo ai contenuti, ci accorgiamo in un attimo che ogni accostamento rischierebbe di diventare irriverente. Almeno per il momento, in futuro si vedrà. I due si stanno annusando nella comune consapevolezza che presto i toni felpati dovranno cedere il posto agli artigli. La leadership di Renzi ha un taglio movimentista, quasi garibaldino, rintracciabile persino in gesti, atti e decisioni certamente minori ma di cui sarebbe sbagliato sottovalutare la portata simbolica presso l’opinione pubblica, a cominciare dalla convocazione della Segreteria alle 7 del mattino per marcare la differenza da una politica sonnacchiosa, pesante e parolaia. Ma il neosegretario non può limitarsi solo a questo. Prova ne sia che nel corso dell’assemblea che ne ha ratificato l’elezione, non ha fatto nulla per nascondere che considera il Pd, e quindi se stesso, come l’azionista di riferimento del governo, cioè l’autorità politica che detta l’agenda, ne verifica l’attuazione ed esprime la valutazione finale. Uno schema molto simile a quello utilizzato dagli antichi “cavalli di razza”, bravissimi a cadenzare il passo a seconda che dovessero puntare alla leadership del partito e alla premiership del governo, posizioni che la Dc ha sempre tenuto separate eccezion fatta per De Gasperi all’inizio e per De Mita alla fine della sua cinquantennale egemonia politica. Difficile, però, che Renzi voglia cristallizzarlo ed adeguarvisi. Più facile che egli sfrutti oggi quel che ha appena conquistato per meglio dedicarsi al prossimo obiettivo, il governo guidato da Letta. Tra i due non c’è patto che tenga. Anzi, è lecito pensare che le elezioni politiche nel 2014 siano che un’eventualità tutt’altro che remota. Gli indizi non mancano: innanzitutto, con la disponibilità di Berlusconi e Grillo al Mattarellum prende corpo e sostanza il fronte del voto subito. La vecchia legge elettorale non ha controindicazioni costituzionali, è bella e pronta per essere riesumata e per di più risulta facilmente adattabile al doppio turno di coalizione proposto proprio da Renzi; in secondo luogo, è difficile che l’intero Pd non colga al volo l’occasione di sondaggi favorevoli per sbarazzarsi delle ex-larghe intese e puntare ad un governo di centrosinistra. E’ ancora troppo fresca la ferita inferta dalla carta Monti, giocata dal Quirinale in nome dell’emergenza, il cui governo consentì al Cavaliere di risalire la corrente ed impedire a Bersani di vincere le elezioni. Non è un caso che nel suo primo discorso da segretario davanti all’assemblea del Pd, Renzi non abbia mai citato il presidente Napolitano. Non era mai accaduto. E’ il terzo indizio della sua volontà di arrivare ad elezioni nell’anno che sta per entrare. E tre indizi, si sa, fanno una prova.