Renzi ha bisogno di Grillo e del Cavaliere. L’intesa a tre è nelle cose

È troppo presto per dire se Matteo Renzi assolverà agli impegni che ha assunto in tutti questi mesi, da quando cioè la fallimentare gestione del dopo elezioni da parte di Bersani, vincitore nella competizione interna di un anno fa, ha finito per convincere anche i più riottosi a spalancare le porte del Pd all’ex-Rottamatore fino ad incoronarlo trionfalmente nelle primarie dell’Immacolata. Un dato, tuttavia, è certo: da oggi la sinistra non sarà più la stessa. E non è una questione di anagrafe o di gruppi dirigenti e nemmeno di culture di origine. È una questione di contenuti.

Finora lo schema bipolare si è retto intorno a Berlusconi. Da una parte l’Italia che stava con il Cavaliere, dall’altra quella che gli stava contro. Sotto un profilo programmatico, tutto questo si è tradotto nella contrapposizione verticale tra un centrodestra apparso ansioso di cambiare ab imis le regole del gioco, Costituzione compresa, ed un centrosinistra attardato a celebrarne la l’inalterabile perfezione.

Da ieri questo schema è inservibile. Nel suo primo discorso dopo la vittoria Renzi ha parlato della necessità di riformare il mercato del lavoro, di responsabilizzare il sindacato, di eliminare l’attuale Titolo V. Ha riconosciuto che Prodi è caduto perché a capo di una coalizione rissosa rifuggendo dalle comode ricostruzioni alibistiche in cui usa sguazzare una certa sinistra sempre in cerca di spalle altrui su cui scaricare le colpe proprie. Insomma, ha introdotto  nel corpo del Pd tesi, idee e soluzioni considerate eretiche fino a poco tempo fa in quel partito. È vero che nel recente passato non sono mancati, a sinistra, tentativi di approcci riformistici più o meno convinti, ma è altrettanto vero che essi si sono puntualmente infranti sopra gli scogli di una delle tante tessere della sua composita identità: Cgil, Fiom, collateralismi vari e via elencando. L’emblema di questo riformismo impotente è ben racchiuso nel volto impenetrabile di un Cofferati, allora leader del sindacato, intento ad ascoltare D’Alema che timidamente apriva all’ipotesi di una riforma delle pensioni. Vinse, ovviamente, Cofferati e non se ne fece niente.

Renzi sembra intenzionato a suonare un’altra musica. Che poi vi riesca o meno, è un altro discorso. Quel che rileva in questa sede è che cosa dovrà o potrà fare il centrodestra rispetto ad “nemico” inedito. Ma qui il problema si complica non poco perché i centrodestra sono almeno due e, per di più, diversamente allocati: Alfano al governo, Berlusconi all’opposizione. Il neoleader del Pd può snobbare il primo ma non ignorare il secondo. Infatti, quando Renzi dice che vuole salvare il bipolarismo, egli è conscio di assestare un calcione a quel che resta delle “larghe intese” e di tendere una mano al Cavaliere, che le ha abiurate. Ma è in casa sua che guarda il sindaco. È proprio lì, infatti, che vorrebbe applicare la regola aurea del bipolarismo maturo: la coincidenza tra leadership e premiership, oggi occupata da Letta con la garanzia del Colle. Impresa difficile, anche perché la sonante vittoria ottenuta alle primarie gli garantisce mano libera sugli assetti interni al Pd, ma sul fronte esterno lo vincola al rispetto dei ruoli, a cominciare da quello del capo dello Stato e del premier. Ecco perché ha bisogno che Grillo tenga a bada Napolitano mentre Berlusconi scrolla quanto più possibile la malferma pianta del governo. Tra i tre l’intesa è nelle cose. Se l’operazione riesce, si passerà a raccoglierne i frutti. E sarà Renzi a farlo se il centrodestra – oggi uno, nessuno e centomila – non si deciderà a riemergere dalla palude del conformismo carismatico o delle convenienze poltronistiche per tornare alla politica.