Olli Rehn, l’eurocrate a gamba tesa che si fa beffe dei nostri sacrifici

Non s’è fatta attendere la risposta di Letta all’intervento a gamba tesa di Olli Rehn sulla politica economica italiana:  «Da commissario Ue,  deve  essere garante dei Trattati europei  e lì la parola scetticismo non c’è. Non può permettersi di esprimere un concetto di scetticismo  a proposito dell’Italia,  deve parlare di stabilità, equilibro finanziario». Parole durissime, che vanno in tandem con quanto, qualche ora prima,  aveva dichiarato Giorgio Napolitano, il quale aveva manifestato  irritazione pur senza citare direttamente  il commissario per gli affari economici dell’Ue: «A Livello delle istituzioni europee si impone una correzione di rotta e un impegno nuovo per promuovere la crescita e l’occupazione». La piccata risposta del premier non deve essere interpretata in chiave minimalista, cioè come un tentativo di difendere Saccomanni dopo che Brunetta ne aveva chiesto le dimissioni proprio a seguito della stroncatura di Rehn. La questione è un po’ più complessa e coinvolge direttamente i rapporti tra le Istituzioni politiche italiane e quelle dell’Unione europea. Perché, pur nella giusta e legittima critica alla Legge di stabilità, ogni italiano, al di là di ogni appartenenza politica,  dovrebbe sentirsi offeso da questa indebita (e non richiesta) stroncatura della politica del nostro governo in materia di risanamento economico finanziario, una intrusione che sa anche di irrisione. Sarcastico (e neanche tanto sottilmente) è il tono di queste parole: «Lo scetticismo è un valore profondamente europeo e io ho il preciso dovere di restare scettico, fino a prova del contrario. In particolare per quanto riguarda i proventi delle privatizzazioni e i loro effetti sul bilancio del 2014». È un vero e proprio sgambetto, che avviene in un momento peraltro delicato, cioè mentre l’Italia continua a faticare non poco per mantenere la propria credibilità sui mercati. La sgradevole sensazione che gli  improvvidi di interventi come quello di Rehn contribuiscono non poco a diffondere è che all’austerità non ci sia fine; che dopo la Quaresima, non ci sia la Pasqua, ma un’altra Quaresima e, dopo, un’altra Quaresima ancora, fino al nostro completo sfinimento. È opportuno  ricordare che, dopo anni di tagli, il livello complessivo della spesa pubblica è inferiore a quello di altri Paesi. Ma ciò non basta, per l’insostenibile livello del debito statale. E dovremo tagliare ancora, circa trenta miliardi nei prossimi tre anni: saranno anche più “intelligenti” i tagli  previsti dalla <em>spending review</em>. Ma sempre di tagli si tratta. E quindi di ulteriori sacrifici per milioni di italiani: vale sempre la pena ricordare che dietro le cifre di eurocrati e tecnocrati c’è la vita concreta delle persone. Non può essere consentito a nessuno (tantomeno a un signore che straparla da uno scranno,certamente alto, ma  senza alcun mandato popolare) irridere le sofferenze di una intera nazione.