No Tav, i quattro finiti in manette sono estremisti di sinistra

Dietro agli assalti ai cantieri dell’alta velocità non ci sono gli abitanti della valle, ma gli estremisti di sinistra. L’ulteriore conferma è arrivata dai quattro arresti della polizia per l’attacco al cantiere di Chiomonte avvenuto il 14 maggio scorso. A finire in manette sono quattro noti esponenti dell’estrema sinistra radicale: Nicolò Blasi, 24 anni, di Torino, frequenta il centro sociale “Asilo” e «partecipa – si legge nelle annotazioni della Digos – a tutte le iniziative di protesta» organizzate dalla cosiddetta «ala radicale anarchica». A suo carico ci sono due arresti e numerose denunce a piede libero per vari reati. Claudio Alberto, 33 anni, si è avvicinato al movimento frequentando la Fai (Federazione anarchica italiana). Solo in seguito, con la frequentazione dell’Asilo, ha «mutato il suo comportamento». Chiara Zenobi, 41 anni, risiede formalmente a Tortoreto (Teramo) ma da tre anni è insediata a Torino, dove prende parte alle iniziative dell’«ala radicale anarchica». Gli investigatori osservano che «per poter parlare liberamente ed evitare di essere intercettata è solita incontrare gli altri sodali all’aperto». Numerose sono le denunce a suo carico, una delle quali per associazione con finalità di terrorismo. Mattia Zanotti, 29 anni, risiede a Milano, dove è «in assiduo contatto con anarco insurrezionalisti milanesi che incontra regolarmente nei locali del centro La Mandragola». È indicato come il “principale redattore” di Radio Cane e fra i redattori principali di La Lavanda, pubblicazione clandestina No Tav. Ha preso parte a numerose azioni e dimostrazioni a Milano e Crema, accumulando diverse denunce. Il gip Federica Bompieri, del tribunale di Torino, per motivare le accuse di terrorismo mosse ai quattro attivisti arrestati scrive: è «un attacco alla legalità democratica» quello che i No Tav hanno portato avanti con le varie azioni contro il cantiere di Chiomonte. Il giudice afferma che «il ricorso ad atti di violenza alle persone e alle cose» serve per «imporre con la forza un cambio di rotta su un progetto ritenuto di rilevanza strategica» dal governo e dall’Unione europea e, quindi, si risolve in un tentativo di «minare alla radice la stabilità delle decisioni e la credibilità e autorevolezza, anche in ambito internazionale, delle istituzioni italiane».