Neonata morta nella Bologna “rossa”, il Comune sotto accusa: «Quindici in tre stanze…»

Sono stati avviati accertamenti a Bologna sulla morte apparentemente naturale di una bimba di un mese, figlia di padre kosovaro e madre macedone, entrambi ventunenni disoccupati. La coppia, con la gemellina della piccola e un’altra figlia di due anni, vive in una casa della prima periferia, in tre stanze, insieme – a quanto si apprende – ad altre 11 persone, tra cui la nonna paterna. Il decesso è di domenica mattina e il pm di turno Massimiliano Rossi ha disposto l’autopsia. Il nucleo familiare sembra che sia seguito dai servizi sociali. Dalle prime informazioni nell’appartamento il riscaldamento sarebbe regolarmente funzionante e le bambine, nate il 13 novembre, sarebbero state sottoposte a visite mediche in precedenza, e non avevano problemi. Sul corpo non ci sono segni di violenza. «Ragionevolmente – ha detto il procuratore aggiunto e portavoce della Procura di Bologna, Valter Giovannini – le cause sono naturali, forse una cosiddetta morte da culla». In ogni caso è stato aperto un fascicolo – da prassi – per omicidio colposo, per poter svolgere accertamenti. La madre si è accorta del decesso domenica verso le 5, quando si è alzata per allattare l’altra bambina che piangeva. La piccola non dava segni, era rigida e fredda. È stato subito avvisato il 118 che ha constatato la morte. È poi intervenuta anche la polizia. Dell’autopsia si occuperà il medico legale Sveva Borin. «Spero non sia colpa di nessuno, altrimenti farò un gran casino». Il padre di V., la bambina di un mese morta nella notte a Bologna, è un giovane kosovaro di 21 anni, scappato con la famiglia dalla guerra in Kosovo e rifugiatosi in Italia. Ai giornalisti ha raccontato in un italiano corretto che la piccola, nata all’ospedale Maggiore insieme alla gemellina, non aveva problemi di salute e dopo il parto era stata visitata una volta, circa due settimana fa, dal pediatra. In Italia insieme alla famiglia dal 1999 quando era ancora piccolissimo, I. Z., ha perso il lavoro di aiuto cuoco lo scorso anno non riuscendo a trovare più un’occupazione. «Ora cerchiamo di arrangiarci, ma non basta», ha detto il ragazzo, già padre di una bimba di tre anni. La coppia di religione musulmana vive, insieme a fratelli e genitori, al quarto piano di una casa popolare vicino a Porta Lame. Sulla vicenda interviene la Lega Nord: «Questa morte grava sulla coscienza dei nostri amministratori e dirigenti Acer. Se fossi un magistrato li indagherei per omicidio colposo per omissione di controlli». È l’attacco al comune di Bologna del consigliere regionale della Lega, Manes Bernardini, che si riferisce così alla vicenda della bimba di un mese morta in un appartamento di edilizia popolare. «C’è omertà istituzionale attorno alle condizioni delle case popolari», prosegue l’esponente del Carroccio, aggiungendo anche che «sono situazioni che denunciamo da anni. Non si fanno controlli sulle residenze e su chi effettivamente le occupa. Tutti sanno, ma nessuno dice, né fa, nulla. Sulla vergogna delle abitazioni Acer la giustizia deve abbattere il muro del silenzio. È gravissimo che nessuno prima di oggi si sia mai reso conto di questa situazione. Il segno evidente di una allarmante carenza di controlli». Per Bernardini, «certi quartieri sono diventati le favelas bolognesi». L’amministrazione bolognese accusa il colpo, e l’assessore alle politiche sociali del Comune di Bologna, Amelia Frascaroli, ammette che fatta una «riflessione di fondo» sulla vicenda,pur ritenendo che si tratti di un caso di “morte in culla”. «In un periodo di difficoltà atroce nella ricerca della casa, queste persone in estrema difficoltà si aiutano tra di loro, si ospitano. Una situazione straordinaria – ha aggiunto Frascaroli – che ricorda gli sfollamenti durante la guerra». L’assessore ha sottolineato in ogni caso la necessità del rispetto delle regole sugli affitti e le assegnazioni.