Nel giorno della piazza, arriva la “benedizione” di Bagnasco ai forconi: «Vanno ascoltati»

Si è svolta senza incidenti e senza imprevisti la manifestazione dei forconi a Roma. E anche il fatto che piazza del Popolo fosse piena solo per metà, in fondo, non stupisce: era l’effetto più probabile del grande allarmismo intorno alla protesta, che comunque ha richiamato alcune migliaia di persone da tutta Italia. Diecimila secondo gli organizzatori, tremila secondo altre fonti. In ogni caso, molte meno delle 15mila stimate alla vigilia. L’unica vera “sorpresa” è arrivata da un altro luogo: la Cei. «Soprattutto le istituzioni politiche devono ascoltare il grido di dolore della piazza, un disagio che è reale nella nostra società. Dall’altra parte ci deve essere uno spirito costruttivo per non protestare solo in modo civile, ma fare anche delle proposte», ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. Secondo Bagnasco, «per chi ha responsabilità l’auspicio è innanzitutto di non sentirsi esente: tutti dobbiamo accogliere il grido profondo di queste manifestazioni che spero siano totalmente non violente perché soltanto così si riesce a costruire qualcosa». A metà pomeriggio l’auspicio di Bagnasco era realtà. La piazza romana, a più di due ore dall’inizio della manifestazione, non era stata turbata da alcun tipo di violenza. Un gruppetto che si aggirava tra la folla invocando “tutti a Montecitorio” perché “che stamo a fa qua” è stato più volte allontanato dagli altri manifestanti. Il colpo d’occhio rimandava i tricolori, quelli delle bandiere sventolate un po’ da tutti e quelli delle maschere di CasaPound Italia, che sono diventate uno dei simboli della protesta, dopo l’azione pacifica alla rappresentanza del Parlamento europeo costata tre mesi di condanna al vicepresidente del movimento Simone Di Stefano.

Lo spauracchio degli “infiltrati” si è affacciato solo quando è stato evocato dal palco da Danilo Calvani: «E allora facciamoli i nomi degli infiltrati: Letta, Bindi, Alfano…». «Se ne devono andare», ha scandito ancora il leader dei forconi pontini, rilanciando quello che è stato forse l’unico vero filo rosso della protesta. L’assenza di una piattaforma degna di questo nome è uno degli effetti di uno spontaneismo confermato anche dall’ordine sparso degli interventi, dal fatto che chiunque avesse capeggiato anche un piccolo spezzone di manifestanti si è iscritto a parlare. Sul palco si sono alternati così testimonianze e folklore. «Dicono che siamo rivoluzionari, che siamo infiltrati, ci hanno rotto er ca… Applaudite a destra, applaudite a sinistra, abbracciamoci tutti», è stato declamato tra l’altro. Anche questo non stupisce. Che il “popolo del 9 dicembre” sia variegato, disordinato, con elementi impolitici tutti hanno avuto modo di constatarlo in questi lunghi giorni di mobilitazione. Restano però di queste proteste almeno tre elementi che non si possono ignorare o derubricare a fenomeno di colore: quello simboleggiato dai tricolori, che invocano il ritorno alla sovranità nazionale, quello che ha colto anche Bagnasco, parlando di «un disagio che è reale nella nostra società», e quello sottolineato dallo striscione di Cpi, che ricordava che «Alcuni italiani non si arrendono» e che non a caso ha fatto il proprio ingresso in piazza tra gli applausi.