Natale quest’anno non arriva e restiamo appesi alle nostre angosce senza speranze…

Ma che Natale è? Non mi pare di scorgere aria di festa in giro. Si nota, al contrario, una certa mestizia camminando per le strade, soffermandosi davanti alle poche vetrine addobbate, scambiando due parole con la gente. E’ come se fossimo precipitati  in una sorta di depressione collettiva che ci divora. Non c’è voglia di far niente. E la cosa più carina che si sente dire è: speriamo che passino presto queste feste. Neppure negli anni più bui della nostra storia recente, quando il terrorismo imperversava e lo Stato vacillava, la gente era così triste e preoccupata: c’erano allora segni di speranza che inducevano comunque all’ottimismo, almeno in occasione delle feste ricordevoli.

Oggi è come se assistessimo ad un progressivo scivolamento verso il nulla con l’animo disposto a farci travolgere. Altro che sorrisi, regali, cenoni e cotillons. Ci si vorrebbe nascondere e mandare al diavolo tutte le pubblicità (peraltro poche rispetto al passato) che le reti televisive mettono in onda. Manca lo spirito natalizio e si è perso il suo profumo.

La crisi, certamente. Non c’è quasi niente da spendere e quel poco serve a pagare le tasse. Poi si avverte un senso di disfacimento nel tessuto sociale. Le notizie che leggiamo e che riferiamo non inducono al buonumore. L’attacco alla civile convivenza è ben più tragico di quanto dicano le cronache. Si vive con il peso sull’anima che da un momento all’altro possa accadere a noi ciò che è accaduto a pochi chilometri di distanza: l’irruzione in casa di un manipolo di malviventi, uno scippo per strada, un latitante che si fa vivo per sottrarsi alle forze di polizia. No, non è fantascienza. Che i delinquenti impazzino come, dove e quando vogliono è un dato di fatto incontestabile. Così come è incontestabile che dove c’è un disoccupato, un genitore che ha perso di recente il lavoro, una madre che neppure la badante può fare perché non ci sono soldi per permettersela, la vita è veramente dura. E se l’odore della povertà si respira ormai ad ogni angolo delle strade, su per le scale dei palazzi di periferia, ai giardinetti dove le mamme portano i bambini e le conversazioni che intrecciano tra di loro sono angosciose, vuol dire che Natale non è arrivato, almeno nelle forme esteriori che eravamo abituati a vedere.

L’anno che viene, avvertono gli indicatori economici e sociali, sarà peggiore di quello che se ne sta andando. Altro che ripresa. C’è chi pensa a mettere sotto l’albero le elezioni anticipate: sai che regalo! E chi variopinti conflitti che dovrebbe indurre il governo a ripensare alle sue politiche economiche, come se il governo ne avesse la disponibilità. Non sembra proprio che ci sia via d’uscita alla recessione che sta assumendo le fattezze di una depressione strutturata per manifesta mancanza di fiducia. Già, le società, ci insegnavano i sociologi di una volta, si modellano sulla fiducia, si nutrono di essa, si fondano sul rapporto tra cittadini ed istituzioni. Ma qualcuno immagina che ciò sia possibile nelle presenti circostanze? A meno di non essere dei pazzi, la risposta è negativa. E non riuscire a vedere oltre le nebbie che ci assediano un domani per noi e per le generazioni che ci crescono accanto, è quanto di più triste possa esserci.

Ecco perché questo Natale è come se non arrivasse. Che almeno alberghi nei cuori di chi crede. E’ il solo augurio che si possa fare alla fine di un anno che ricorderemo a lungo come uno dei peggiori del nostro scontento, pubblico e privato.