Meglio elezioni anticipate che morire lentamente di “stabilità”

Che senso ha morire di stabilità? Nessuno, ma sembra proprio questo il destino cui abbiamo deciso di inchinarci pur di non prendere in considerazione l’ipotesi di anticipare il voto al 2014 previa modifica – con chi ci sta – dell’attuale Porcellum. È stato detto e ripetuto un’infinità di volte che la stabilità non è un valore a se stante (non bisogna certo scomodare la Russia sovietica di Breznev per confermarlo) ma che può semmai diventarlo solo se si trasforma in presupposto politico di scelte di governo mirate ed efficaci.
Non è il caso del governo Letta, incapace di venir fuori da una condizione di intrinseca fragilità che gli ha finora inibito di fronteggiare adeguatamente tensioni sociali sempre più simili, giorno dopo giorno, a focolai di aperta rivolta. I fronti aperti sono molteplici: il Parlamento, ancorché di conio recente, è stato azzoppato dalla decisione della Consulta di mutilare la legge elettorale che lo ha prodotto; le “larghe intese” sono di fatto saltate a seguito dell’uscita dei berlusconiani dalla maggioranza e lo slancio che il governo avrebbe dovuto riceverne in termini di compattezza e chiarezza d’intenti ancora non s’è visto e probabilmente non si vedrà. Nel frattempo, alla guida del Pd è arrivato un Renzi addirittura trionfante complicando ancor di più i progetti dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Insomma, ce n’è abbastanza per diffidare chiunque dal considerare l’esito di uno sbocco elettorale anticipato come un’eresia o come un attentato agli interessi nazionali. Purtroppo, è esattamente quel che sta accadendo con il risultato di veder l’Italia ridotta ad una pentola a pressione, assediata da forconi, professionisti del caos, mestieranti della guerriglia urbana ma anche da tanta gente seriamente incazzata. In questo clima solo un visionario potrebbe dirsi convinto che le elezioni anticipate siano di per sé sufficienti a risolvere le angosce degli italiani, ma solo uno stolto potrebbe farsi convincere ad escluderle a priori come se rappresentassero, esse stesse, una sciagura nazionale. Se Letta vuole mangiare ancora da premier anche il panettone del prossimo anno dovrebbe prima preoccuparsi che riescano a farlo anche i suoi connazionali.
Sia come sia, appare fin troppo evidente che un Parlamento obbligato a scartare in premessa qualsiasi alternativa al governo in carica, è un Parlamento ingabbiato ed incapace di autodeterminarsi, cioè non più in grado di assolvere al ruolo assegnatogli dalla Costituzione. Se vogliamo, la leadership di Renzi ha senso compiuto solo se riesce a superare questa situazione di stallo istituzionale. Altrimenti non c’era bisogno di sostituire Epifani. Il neosegretario del Pd si è posto come obiettivo prioritario quello di interrompere la triangolazione istituzionale tra Napolitano, Letta ed Alfano cui ha momentaneamente affiancato il suo asse con Berlusconi e con Grillo nella parte dell’ospite a sorpresa. Una sorta di governissimo dei partiti che Renzi non esiterebbe a far emergere in tutta la sua forza numerica sul tema, caldissimo, della nuova legge elettorale. Al momento, però, gli basta evocarlo e tenerlo sullo sfondo. Fino a quando, lo scopriremo solo dopo il brindisi di fine anno. Del resto se Letta mangerà da premier il panettone, è giusti che sorseggi lo spumante. Auguri.