Ma le visioni “profetiche” di Steve Jobs non svelarono il volto oscuro della Mela

Il “popolo” della Apple che anche in Italia si è messo in coda il 1° novembre scorso davanti ai negozi  dove erano in vendita  i primi esemplari del nuovo iPad Air dà la misura dell’aura mitica (e quasi “mistica” ) che circonda l’azienda  più innovativa del mondo. La Apple non è solo un colosso tecnologico globale , non è solo un insieme di gioielli informatici, non è solo il marchio più trendy che ci sia, ma è anche uno stile, una filosofia, un modello della comunicazione mondiale. La Apple, del nuovo capitalismo globale, rappresenta il volto luminoso e avveniristico , che si è imposto, anno dopo anno, anche grazie a quella sorta di messianismo che circondava il padre fondatore Steve Jobs.

Peccato solo che anche la Apple ha il suo volto oscuro, che corrisponde peraltro al volto oscuro della globalizzazione. Parliamo dello sfruttamento selvaggio della manodopera cinese negli stabilimenti che producono i gioielli dell’azienda di Cupertino. Il caso del ragazzo di 15 anni, morto a Shangai a causa dei massacranti turni di lavoro cui era sottoposto nello stabilimento che produceva iPhone, non è un fulmine a ciel sereno, perché la Apple è da anni al centro di polemiche proprio per la massiccia delocalizzazione delle linee di produzione che caratterizza la sua strategia industriale. Ma non per questo è  inutile riflettere sulla gravità degli squilibri che stanno crescendo dentro il sistema di distribuzione della ricchezza e del lavoro nell’economia globale. Il fatto che sia proprio l’attività delle aziende più avveniristiche e innovative a presentare spesso oscuri risvolti morali (se ad  Apple si rimprovera  di avvalersi cinicamente dello sfruttamento del lavoro in Asia, a Google si contesta  di evadere il fisco in tutto il mondo), la dice lunga sulla intima fragilità del modello di sviluppo che appare oggi vincente: quello fondato sulla compressione massima del costo del lavoro e sulla negazione dei diritti elementari delle persone.

Il modello di società capitalistica vinse a suo tempo il confronto con il modello comunista perché si affermò la superiorità di un sistema fondato sull’equazione democrazia uguale ricchezza. Tutti erano convinti, dopo la caduta del Muro di Berlino, che solo le società democratiche riuscivano a promuovere al meglio la produzione di ricchezza. E ciò perché, garantendo i diritti e le libertà delle persone, queste società permettevano di valorizzare le riserve di ingegno, creatività, capacità lavorative presenti al loro interno. Poi, con l’affermazione delle Tigri asiatiche e poco dopo della  Cina, quell’equazione s’è pericolosamente indebolita. La potenza capitalistica in crescita inarrestabile è oggi un Paese totalitario, dove  il lavoro è sfruttato in modo selvaggio, dove  le città sono tra le più inquinate del mondo, dove i diritti umani sono costantemente violati. Chissà se tale esito era presente nelle visioni “profetiche” di Jobs.