L’Unità condannata per diffamazione contro il padre di Storace. Scrisse che era un “torturatore di ebrei”

Il quotidiano l’Unità diffamò la memoria del padre di Francesco Storace, definendolo un “torturatore di ebrei”. Una notizia priva di fondamento che venne pubblicata alla vigilia delle elezioni regionali del 2005. Dopo otto anni la giustizia civile si è finalmente pronunciata.

“Quando ieri mi ha telefonato l’avvocato Romolo Reboa – scrive Francesco Storace sul Giornale d’Italia – ho provato un’emozione fortissima: sia pure con un ritardo enorme, otto anni, quasi nove, la giustizia civile ha sentenziato che l’Unità, nel marzo 2005, diffamò la memoria di mio padre, definendolo un ‘torturatore di ebrei’. Tutt’altro. Mio padre Giuseppe era un uomo buono che veniva a Roma dall’Abruzzo e la cronista di quel quotidiano, senza nemmeno preoccuparsi di verificare una notizia così pesante con una semplice telefonata, lo aveva crocifisso sul suo giornale con questo titolo: Il padre di Storace mi portò nella Casa del Fascio e mi picchiò“. Storace prosegue ricordando che si era alla vigilia delle regionali del 2005, e che già “Veltroni aveva azionato la macchina dell’odio denunciando la bubbola del Laziogate, e anche quella sette anni dopo sappiamo come è finita. Ma la vicenda di mio padre mi ferì ovviamente in modo particolarmente grave. In pratica, attribuirono a un anziano cittadino ebreo, Mario Limentani, una frase che rendeva responsabile mio padre di tortura verso di lui e la sua comunità. Peccato che l’epoca dei fatti, inesistenti, risalisse a quando mio padre viveva a Sulmona, in Abruzzo, e avesse dodici anni. Ovviamente, trascinai in tribunale l’Unità e lo feci per un solo motivo. Mi ero rivolto all’Ordine dei Giornalisti per una sanzione professionale, ma i responsabili del quotidiano se la cavarono con una specie di ramanzina. E ora, in sede civile, la sentenza di condanna. Limitata, certo, perché dovranno risarcire solo 10mila euro, che è niente rispetto all’atto di barbarie morale compiuto. Ma la giustizia alla fine arriva, e con motivazioni pesantissime della giudice Chiara Palermo: ‘La notizia deve essere controllata nella sua verità reale o, quanto meno, putativa, intendendosi che il giornalista deve almeno dedurre e provare la cura posta negli accertamenti svolti per vincere ogni dubbio ed incertezza in ordine alla verità della notizia stessa’. Ovviamente, nulla di tutto questo accadde”. Storace racconta che “la giornalista arrivò a scrivere che Mario Limentani, deportato in quattro campi di sterminio, tutta la famiglia decimata, aveva raccontato di essere stato picchiato da mio padre. Ma non era vero. Anzi, Limentani lo negò onestamente al giudice, che scrive: ‘il fatto storico riportato dalla giornalista non sarebbe accaduto’. Questa cronista, ovviamente, continuerà a scrivere. Spero che da oggi in poi lo faccia con più scrupolo e attenzione per la verità. E credo che anche chi appartiene alla comunità ebraica possa finalmente vedere un nemico in meno nella mia persona. Il razzismo non mi appartiene. E nemmeno alla povera anima di mio padre”.