L’ex comunista Morin: che pena la sinistra che oscurò la rivolta tedesca contro l’Urss del ’53

Ancora prima di Budapest e di Praga, fu Berlino a ribellarsi alla tirannide comunista. «Fu la prima rivolta popolare contro la dominazione dell’impero sovietico: fui terribilmente commosso da questa prima rivolta operaia contro il sistema sovietico». A parlare è l’intellettuale francese Edgar Morin, ricordando la ribellione che andò in scena nella parte Est dell’ex capitale tedesca nel 16 e 17 aprile del 1953. Ma nessuno quasi ne parlò al di fuori dei confini della Germania perché – spiega a distanza di sessant’anni il comunista “eretico” (fu espulso dal partito nel 1951 per le sue posizioni anti-staliniste) – quel movimento era tedesco e in quanto tale non suscitava nessuna simpatia in Occidente neppure tra gli intellettuali di sinistra che temevano di passare per anticomunisti. Causata dal taglio degli stipendi deciso dal governo, la rivolta lanciata da una sessantina di operai edili di Berlino Est fu denunciata come fascista dalla parte sovietica e restò sconosciuta fuori dalla Germania. Eppure bene presto lo sciopero, con successive richieste di libertà democratica, si estese a tutto il Paese finché il 17 giugno la repressione dell’esercito sovietico chiamato in aiuto dal regime di Berlino Est causò un centinaio di morti (fino alla riunificazione, la Germania dell’Ovest scelse quella data come festa nazionale).

L’accusa e l’autocritica di Morin (tenente delle forze armate della Resistenza e amico di Mitterand) è contenuta nelle sue memorie berlinesi, Mes berlin 1945-2013, da poche settimane nelle librerie francesi, approdare in Italia con il titolo La mia Parigi, i miei ricordi (Cortina). È proprio in questo errore prospettico verso Berlino Est che l’autore individua  con coraggio e onestà intellettuale il grande errore storico dell’intellighenzia di sinistra del Vecchio continente. Per aver partorito il nazismo la Germania era da “buttare” sempre e comunque, così anche nel caso della rivolta popolare del ’53 che chiedeva libertà a sinistra scatta il riflesso condizionato, il dàgli all’untore contro il male, in questo caso una sorta di “fascismo mascherato da rivolta popolare”.  Una colpevolezza collettiva, quella attribuita dalla sinistra al popolo tedesco, a cui Morin si sottrasse con lo scritto  L’anno zero della Germania. «Non cessavo di essere angosciato dalla domanda: come la Germania aveva potuto produrre quel che più amavo nel mondo e quel che più mi faceva orrore?». Da un lato la letteratura (Goethe e Schiller), la musica (Beethoven e Wagner), la filosofia (Nietzsche, Marx, Hegel e Heidegger); dall’altro l’antisemitismo mortifero, l’ideologia occupatrice, «la Berlino grandiosa e terrificante, non più la capitale della cultura, ma del furore e dell’odio».