Laura , la “papessa” che non conosce il bon ton istituzionale

La disputa sulla nuova legge elettorale si sta facendo sempre più aspra, non solo tra i partiti, ma all’interno degli stessi, segnatamente dentro il Pd. Renzi e Civati puntano a una sollecita approvazione della riforma, in modo da dare il benservito a Letta e andare al più presto al voto. Le altre componenti naturalmente non ci stanno, optando per il ventilato collegamento tra legge elettorale e riforma del bicameralismo. In tal senso si muove anche il governo, che non ha naturalmente interesse ad accellerare i tempi di approvazione della legge. Il capo dello Stato ha dichiarato, da parte sua,  che il sistema italiano deve rimanere nel solco del bipolarismo. Ma ha  anche sollecitato le forze politiche a muoversi sul  fronte della riforma  istituzionale. Un anno abbondante (l’orizzonte delle operazione di restyling repubblicano e di messa in sicurezza dei conti pubblici  si dovrebbe prolungare fino all’inizio del 2015)  per può essere tanto e,  nello stesso tempo, può essere poco. Può essere poco per chi sostiene convintamente il governo. Può essere tanto, una vera enormità, per tutti coloro che puntano alle elezioni anticipate. L’incubo del partito delle urne è che il governo Letta si presenti effettivamente al Paese con risultati concreti, sia sul piano delle riforme costituzionali sia su quello del risanamento economico finanziario. Come farà in tal caso Renzi a presentarsi come il campione della nuova Italia che “cambia verso”?  Qualcosa di più ne sapremo la prossima settimana, quando Letta si presenterà alle Camere per  illustrare i nuovi programmi del governo. Ed è certo che non mancherà di dedicare un passaggio alla nuova legge elettorale.

In un contesto così confuso e dagli esiti imprevedibili, le massime istituzioni della Repubblica dovrebbero mantenere un atteggiamento prudente, ponendosi come fattori di equilibrio  e non di confusione. È quello che sta facendo Napolitano, che ha doverosamente difeso la legittimità del Parlamento dagli attacchi a testa bassa dei grillini. Ed è quello che in definitiva sta facendo anche il presidente del Senato Pietro Grasso, il quale si mantiene entro l’ambito di un giusto riserbo istituzionale. La presidente della Camera Laura Boldrini non riesce invece a contenere la sua bulimia di visibilità. Non c’era ad esempio alcun bisogno che mettesse, per così dire, il “cappello” all’improvvida decisione della conferenza dei capigruppo della Camera di chiedere il passaggio da Palazzo Madama a Montecitorio  dell’esame della proposta di legge elettorale, decisione che ha provocato l’immediata e irritata reazione del vicepresidente del Senato Calderoli e di altri parlamentari, compresi gli stessi parlamentari del Pd. Si poteva decisamente risparmiare, la Boldrini,  l’annuncio che avrebbe attivato  «le possibili intese con il Presidente del Senato».

Nella nota, la presidente della Camera  ha anche ricordato di aver «ripetutamente espresso l’auspicio che la politica non si facesse precedere dalla Corte». “Ripetuti auspici”,  ben più impegnativi dei suoi, li ha in verità  espressi il capo dello Stato. Ed era, da parte sua, doveroso ricordare tale circostanza, non foss’altro che per un fatto di bon ton istituzionale. Invece, nel comunicato, non compare neanche un cenno al Colle.  È bene ricordare che su certe materie, quelle  che possono essere in qualche modo “contese” tra i due rami del Parlamento, i presidenti delle Camere, prima di “esternare”, normalmente si consultano tra loro, per poi esprimersi in una nota congiunta. E anche qui il bon ton istituzionale  è andato a farsi benedire.

Per inquadrare meglio  il personaggio Boldrini, vale la pena ricordare che, nei primi giorni dell’aprile scorso, appena insediata presidente della Camera, fece una esternazione che lasciò molti osservatori allibiti: si trattava di un  invito rivolto a Papa Francesco a visitare la Camera dei deputati. In 162 anni di storia unitaria dell’Italia, un Papa ha varcato la soglia di Montecitorio soltanto una volta: fu nel 2002, quando Papa Wojtyla tenne uno storico discorso al Parlamento italiano riunito  in seduta comune. Prima che un Pontefice compisse   quel passo, l’Italia era passata attraverso un Concordato 1 e un Concordato 2, due guerre mondiali, due cambiamenti di regime, un referendum tra monarchia e repubblica, 54 anni di vita repubblicana. Soltanto allora, un Papa reputò fosse venuto il momento di parlare dinanzi ai rappresentanti della nazione democratica nel “santuario” laico della sovranità popolare. La Boldrini ha ritenuto che un altro Papa potesse compiere un gesto simile solo perché lei era diventata presidente della Camare e dopo che l’Italia aveva conosciuto lo Tsunami di Beppe Grillo. Cose che accadono nell’Italia di oggi, quando un comico diventa il capo di un partito di massa e quando un altro comico, Maurizio Crozza, è più influente di tutti gli editorialisti messi insieme. In questa Italia, la Boldrini può ben diventare la “papessa” laica.