La politica nel 2013: tante “novità”, pochi cambiamenti veri e molte delusioni

Il 2013 è stato un anno contrassegnato politicamente da tre personaggi: Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Beppe Grillo. L’anno è cominciato con la rimonta del Pdl alle elezioni del 24 febbraio e il boom del movimento 5 Stelle e si è chiuso con il voto sulla decadenza da senatore del Cavaliere. Il ritorno sulla scena di Berlusconi (certificato dall’apparizione in tv da Michele Santoro) e l’attenzione su Grillo e sugli eletti del suo movimento sono andate di pari passo con la crisi del Pd, risoltasi con le primarie dell’8 dicembre che hanno incoronato un nuovo leader, Matteo Renzi. Ma il 2013 è stato anche l’anno  di inedite scelte istituzionali: il 20 aprile infatti Giorgio Napolitano è stato rieletto capo dello Stato per un secondo mandato e gli è stata consegnata dai partiti l’aureola di garante della “stabilità”. Parola magica di un 2013 povero sul fronte riformatore (sulla legge elettorale la fumata è ancora nera, nonostante la bocciatura del Porcellum da parte della Consulta) ma ricco di retorica emergenzialista sulle “larghe intese”. E mentre nel nostro paese si andavano tentando alleanze improbabili poi fallite (quella auspicata da Bersani con il M5S e quella Pd-Pdl decollata e poi andata in frantumi per le vicende giudiziarie di Berlusconi) gli occhi dell’Europa erano costantemente puntati sul nostro debito pubblico. Per l’Italia dunque anche nel 2013 non decade lo status di sorvegliata speciale da parte dei burocrati di Bruxelles (anche se il nostro paese esce dalla procedura per deficit eccessivo) e Enrico Letta si è dovuto affannare non poco a fare il giro delle capitali europee per riguadagnare agli occhi dei partner Ue una credibilità molto compromessa.

Berlusconi, dunque, comincia l’anno come il salvatore della patria e paladino delle larghe intese e lo finisce come “vittima” di un “colpo di Stato”e come rifondatore dello spirito antico di Forza Italia. E Grillo? Il M5S che era partito in accelerata ha via via rallentato la corsa non riuscendo alla fine a trovare un collegamento stabile con la politica, cioè ad andare oltre i vaffa-day per rappresentare una strategia credibile in cui potessero ritrovarsi anche gli italiani non inclini alla sola protesta. La gestione dittatoriale del Movimento da parte del duo Grillo-Casaleggio è stata al centro di dibattiti e discussioni spesso sfociate con l’allontanamento di reprobi e ribelli, ma il fatto che il M5S abbia chiuso l’anno con gli insulti ai giornalisti sul blog di Beppe Grillo la dice lunga sulle prospettive a corto raggio dei Cinquestelle, finora emanazione assai combattiva ma poco produttiva di quella che i sociologi chiamano “democrazia di sorveglianza”.

Sul piano politico ci sono state, in questo 2013 che volge al termine, anche novità di portata più limitata: il declino di Monti e della sua Scelta civica, il tentativo della Lega di recuperare un’immagine pulita e barricadera, le elezioni amministrative vinte dal centrosinistra e perse dal centrodestra, l’incendio dei Forconi improvvisamente silenti in questi giorni di festa, la meteora Ingroia. Piccoli episodi a fronte di uno scenario internazionale in rapido e allarmante mutamento (la crisi siriana è, infatti, tutt’altro che conclusa) in cui l’Italia non riesce a inserirsi da protagonista (la vicenda dei Marò è, in questo senso, emblematica).

A conti fatti, il 2013 è stato l’anno in cui è stato messo a dura prova il bipolarismo: il centrodestra si è spaccato in due tronconi e, a destra di quello che una volta era il Pdl, vanno prendendo forma timidi tentativi di rifondare una destra autonoma e svincolata dalla leadership berlusconiana. Si può ancora parlare di un solo Polo da quelle parti? Francamente è impossibile. E, sull’altro fronte, la lunga crisi del Pd non è ancora risolta. Semplicistico ridurre il tutto a un duello, a volte sotterraneo a volte manifesto, tra Renzi e Letta. Tutti capiscono che è l’identità della sinistra ad essere in gioco ed è davvero difficile indovinare come andrà a finire.