La nuova “solitudine dei numeri primi”. E nessuno ne è esente

“La solitudine dei numeri primi”: potrebbe chiamarsi così, mutuando il titolo del bel libro di Paolo Giordano, il romanzo della politica italiana di questi tempi. Se i leader della prima Repubblica furono costretti ad uscire di scena in piena bufera giudiziaria, finendo in carcere, latitanti o additati al pubblico ludibrio da una pubblica opinione che si scoprì iper-giustizialista, i protagonisti della seconda Repubblica stanno via via uscendo di scena finendo in solitudine.

La vittoria di ieri di Matteo Renzi, sia per l’affluenza alle primarie sia per la percentuale schiacciante che ha ottenuto, ha fatto emergere la solitudine di Massimo D’Alema, simbolo dei rottamandi della Terza Repubblica. Già fuori dal parlamento, già additato di essere il vecchio della sinistra, “Baffino” è adesso solo con la sua intelligenza politica, grazie alla quale ha raggiunto Palazzo Chigi per poco tempo, ma non ha mai mietuto i consensi di un Renzi qualsiasi. Il suo candidato Gianni Cuperlo, persona preparata e capace, non ha raggiunto neanche il 20% dei voti! nonostante l’aiuto dell’apparato. Così anche quello che per tutti è il leader più attrezzato proveniente da Botteghe Oscure finisce in solitudine. Lo stesso vale per Bersani, che appena un anno fa aveva il biglietto d’ingresso a palazzo Chigi, per Walter Veltroni, che comunque è stato il leader più innovativo di quel mondo, e per tanti altri, compreso Romano Prodi, rimasto solo dopo la bocciatura per il Quirinale.

Le cose non vanno meglio nel centrodestra. Silvio Berlusconi manifesta tutti i segnali della solitudine del leader, resi più forti dalla nuova presenza di Dudù nella sua vita. Ieri ha tenuto una convention immerso tra migliaia di giovani che dovevano farlo apparire meno solo, ma seppur questi tentativi servano a tirargli su il morale il risultato non cambia. Anni fa era leader incontrastato, teneva grandi manifestazioni con politici come Fini, Casini e Bossi, poi cenava per parlare di politica con Gianni Letta, Giuliano Ferrara, Lucio Colletti e Piero Melograni. Oggi la sua solitudine la condivide tenendo una manifestazione con un anonimo funzionario della protezione civile, vergognandosi anche della sua classe dirigente (peraltro fatta di gente capace), per poi finire a cena con Francesca Pascale, Micaela Biancofiore e Annagrazia Calabria. Una solitudine diversa da quella di D’Alema, ma pur sempre una solitudine.

A Umberto Bossi è andata anche peggio. Ha cercato di riprendersi la Lega Nord, partito di cui è stato fondatore, regista e protagonista per oltre venti anni. Ha fatto il padre padrone con diritto di vita e di morte su tutti i dirigenti e gli iscritti, ma candidatosi alla segreteria ha preso appena il 18%.

La stessa solitudine ha riguardato leader come Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini, che hanno però avuto il merito di eclissarsi dal protagonismo attivo con più dignità di altri, e riguarda anche uomini formalmente ancora in campo, ma sostanzialmente pronti ad esser espulsi dal cambiamento in atto, primi tra tutti Casini e Monti.

Quelli che per venti anni hanno dato le carte della politica italiana vivono adesso una profonda solitudine, mentre si affacciano nuovi protagonisti della politica che dimostrano di avere come obiettivo primario la distruzione del preesistente. È certamente vero che ogni ricostruzione passa per una fase di distruzione, ma ad oggi sia a sinistra sia a destra mancano i programmi, visto che far sentir soli i vecchi leader può essere conveniente per la conquista del potere, ma di certo non può rappresentare un progetto politico per rifare l’Italia.