La mossa di Renzi sul lavoro agita il Pd. Il suo “job act” non piace ai Giovani turchi

Bocciato o promosso, non c’è una terza possibilità per il job act di Matteo Renzi. Il piano sul lavoro del segretario-sindaco continua a dividere e a far discutere, anche perché al momento non esiste una stesura delle proposte. «Rendere il lavoro il più possibile stabile è obiettivo del governo ma il contratto unico non basta», il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, è tornato a commentare il piano di Renzi sottolineando che sui neoassunti non si tratta di proposte nuove e che c’è ancora confusione sulla materia.

Intanto, come ha annunciato Enrico Letta, il governo ha stanziato 700 milioni per misure a sostegno del lavoro (150 milioni per le decontribuzione dell’occupazione giovanile, 200 per l’occupazione femminile e per i più anziani e 350 per la ricollocazione dei disoccupati). Gli impegni-promesse di Renzi, però, vanno di traverso soprattutto alla sinistra di via del Nazareno, a partire dai Giovani turchi del Pd: Matteo Orfini, Fausto Raciti, Chiara Gribaudo e Valentina Paris – in un intervento su Leftwing – spiegano infatti che «sia le ricette che dovrebbero comporre il cosiddetto job act, sia le misure varate dal governo con l’ultima legge di stabilità, destano diverse perplessità». In particolare l’idea che sembra ispirare il job act è del tutto priva di riscontri fattuali perché «la maggior flessibilità alla lunga non ha prodotto maggiore occupazione e lo svantaggio relativo dei giovani rispetto agli adulti in termini di tasso di disoccupazione, invece di diminuire, è addirittura aumentato». Per il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, invece, «ha ragione Renzi: serve un piano organico che sappia far coesistere la necessaria flessibilità con più diritti e meno ideologia». Per Baretta è convincente soprattutto la proposta del contratto unico, «è una soluzione di prospettiva. Nei fatti è un allungamento del periodo di prova. Si tentò di sperimentare questa via già nel 2001, poi prevalsero gli aspetti ideologici e non se ne fece nulla. «L’idea del neosegretario del Pd di un contratto prevalente a tutele crescenti è una buona idea – dice Maurizio Sacconi, presidente del Nuovo centrodestra al Senato – ma occorre portare il lavoro prepotentemente  in primo piano nell’agenda di governo 2014 e rilanciare il ruolo della contrattazione in azienda». Una sonora bocciatura arriva, invece, dai grillini: «Non servono altre leggi su contratti e licenziamenti, ma leggi su reddito di cittadinanza e detassazione delle piccole e medie imprese», scrive Luigi Di Maio, su Facebook, «Spiegate a Renzi (il Sindaco più assenteista d’Italia condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti, che non ha mai lavorato in vita sua) che in Italia servono le offerte di lavoro, non altre tipologie di contratto».