La Consulta ha fatto implodere il sistema, da oggi tutto sarebbe “abusivo”: politici, leggi, perfino Napolitano…

Tutti illegittimi, dunque. Dall’ultimo dei parlamentari al capo dello Stato e a quante altre autorità sono state elette dalla  Camera e dal Senato  dei “nominati”. E i governi votati dal 2006 ad oggi, le leggi approvate, i trattati internazionali ratificati, e tutta l’attività parlamentare nel suo complesso? Illegittima qualsiasi cosa sia stata compiuta, detta e fatta tra Palazzo madama e Montecitorio negli ultimi sette anni? La decisione della Corte costituzionale ha depotenziato tutte le istituzioni con una pronuncia che più politica non avrebbe potuto essere, definendo implicitamente anche se stessa, per un terzo, illegittima. Gli effetti? A rigor di logica dovrebbero essere devastanti: l’annullamento di tutto ciò che è scaturito dagli ultimi tre Parlamenti. Ma non può accadere. La retroattività, almeno in questo caso, non è ammessa. Ne scaturirebbe l’Apocalisse.

Tuttavia, continuare a sostenere che “questo” Parlamento, ancorché accertato come “abusivo”, almeno nella parte che ha assegnato i deputati con il criterio maggioritario, può comunque varare una legge elettorale e, dunque, si presume, qualsiasi altra legge, che senso ha in rapporto alla pronuncia della Consulta? Nessuno, a quanto ci par di capire. I suoi provvedimenti sono e saranno validi, così come la nuove norme che varerà in merito a qualsivoglia materia. Dunque, se come sembra, in tempi brevi approverà una normativa elettorale non è detto che il capo dello Stato debba sciogliere per forza le Camere anticipatamente e mandare gli italiani a votare con un nuovo sistema modellato sui rilievi che la Corte ha mosso al Porcellum.

L’intervento della Consulta e gli effetti che ha prodotto rientrano nella più vasta anomalia  italiana che s’innesta sul tronco dell’abdicazione della politica al suo ruolo e, di conseguenza, chiama alla supplenza, per manifesta incapacità, un organo giurisdizionale. È di questo, se avessero un minimo di coscienza del loro ruolo, che i politici dovrebbero discutere, ma il livello che registriamo nelle loro file è talmente basso che pretenderlo è da folli.

Si facciano, dunque, dettare i percorsi dalla magistratura, dai “poteri forti” e da chicchessia dentro e fuori e confini nazionali (salvo poi prendersela, indignati, con le autorità europee le quali, a parte le loro responsabilità oggettive nella vicenda della crisi continentale, non possono che guardarci con ragionevole disgusto) ma abbiano almeno il pudore di non invocare l’autonomia della politica nei momenti cruciali che li riguardano.

Da ieri gli italiani, perfino quelli più distratti, hanno preso contezza che il sistema è imploso. In maniera drammatica. E la certificazione è arrivata da un organismo per definizione super partes. Non bastano più, dunque, i pannicelli caldi, peraltro riposti in chissà quale sgabuzzino. C’è bisogno di un nuovo ordine costituzionale e di una classe politica finalmente consapevole della funzione che è chiamata a svolgere. Ma per fare questo, lasciate cadere tutte le occasioni di possibile rinnovamento negli ultimi vent’anni, occorre molto tempo ed una selezione che gli attuali simil-partiti non sono in grado di garantire.

Poco c’importa, al punto in cui siamo, che la decisione della Consulta sia gradita a questo o a quello. Da essa nessuno può prescindere: è come se tutti i politici si fossero arresi all’incapacità che hanno dimostrato ed abbiano messo i loro destini e quelli della nazione nelle mani di un giudice per farsi indicare la strada della possibile (ma tutt’altro che scontata) ripresa di un cammino istituzionale. Non è un risultato del quale andare fieri al crepuscolo della Seconda Repubblica, nata con aspirazioni maggioritarie, bipolariste, perfino bipartitiche ed agonizzante in un caos difficilmente descrivibile dal quale qualcuno ritiene si possa uscire, paradossalmente, con il vecchio sistema proporzionale, con i governi fatti a dispetto della sovranità popolare, riattivando antichi riti consociativi a maggior gloria di intese larghe o strette che comunque sono destinate ad aggravare lo stato delle cose all’insegna dell’indecisionismo e del compromesso.

Un bel risultato davvero. Del quale saranno fieri tutti coloro che ci hanno stordito con la retorica del rinnovamento istituzionale e civile del Paese per riconsegnarcelo peggiore di com’era nel 1992, quando dalla disperazione sembrarono levarsi segni di speranza finiti così miseramente.