Il Cavaliere, il Rottamatore e le “tacite intese” per sfrattare il governo del Colle

Da quando i governi tecnici, le strane maggioranze e il neonato terzo polo grillino hanno spodestato il bipolarismo introdotto dalla volontà popolare, la politica italiana appare prigioniera di un gioco di specchi che ne rende indefiniti i confini fino a deformarli. Le “larghe intese”, formula magica distillata negli alambicchi del Quirinale per disincagliare il Parlamento dal pericoloso impasse postelettorale in cui era precipitato, si sono ristrette a seguito del passaggio alla semiopposizione di Forza Italia (i suoi sottosegretari stanno ancora sfogliando la margherita delle dimissioni dall’incarico), ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare e a quel un po’ troppo baldanzosamente va dicendo Enrico Letta, il governo non ne ha guadagnato in coesione. In compenso, sono nate le “tacite intese”, cioè non pubblicizzabili attraverso vertici, riunioni congiunte e patti programmatici ma non per questo meno efficaci. I due contraenti, Berlusconi e Renzi, sono accomunati dall’obiettivo di determinare la caduta dell’esecutivo e di ritornare al voto nella prossima primavera. Anche con l’attuale Porcellum, a maggior ragione se nelle prossime ore l’attuale sistema di voto dovesse uscire indenne dall’esame della Corte Costituzionale.

I due leader, che con Grillo condividono la medesima condizione “extraparlamentare”, hanno in mano il destino della legislatura. Quando Renzi snocciola impietosamente i numeri in campo per evidenziare che se Alfano ha arruolato “trenta” parlamentari a sostegno del governo egli a breve ne potrà schierare ben “trecento”, non cerca solo l’effetto provocazione nella speranza di scatenare l’inferno ma intende chiarire a tutti, Colle compreso, che una volta consumata la liturgia delle primarie, con lui alla guida del Pd, l’attività dell’esecutivo non sarà più appannaggio della triangolazione Napolitano-Letta-Alfano. Il reggente Epifani poteva fare buon viso a cattivo gioco, non uno come lui, legittimato nella leadership dal voto degli iscritti. Ma la brutale sortita del sindaco dimostra plasticamente che le “tacite intese” possono stringere premier e vice in una morsa che la sola moral suasion presidenziale non può allentare più di tanto senza esporre l’Inquilino del Quirinale alla ritorsione dei Cinquestelle, già pronti a censurarne l’interventismo con la minaccia dell’impeachment. Letta sa che le primarie consegneranno il Pd ad un Renzi per nulla disposto a lasciargli mano libera nella formulazione dell’agenda di Palazzo Chigi mentre Alfano è atteso al varco da un Cavaliere oggi più di ieri intenzionato a rimarcare la propria centralità politica in base all’assunto “decaduto io, cada il governo”.

Questo non significa che l’obiettivo dello scioglimento anticipato della legislatura sia dietro l’angolo. La partita, anzi, resta molto complessa. Al di là dei toni spavaldi, in gran parte condizionati dalle primarie, a Renzi infatti non gioverebbe molto come primo atto costringere alle dimissioni un premier iscritto al partito di cui è egli stesso leader senza, per altro, poter neppure invocare l’alibi politico della coesistenza con Berlusconi, che nel frattempo è fuoriuscito dalla maggioranza. Più realistico, quindi, prevedere che nell’immediato le “tacite intese” si acconceranno a ragionare sulle opzioni subordinate piuttosto che su quelle principali. A Renzi le primarie servono soprattutto per convincere oltre che per vincere. La sua critica a Letta sui temi del lavoro rivela la volontà di sorpassare a sinistra i suoi competitori per smontare le diffidenze che ancora resistono contro di lui nella pancia del Pd. Dal canto suo, Berlusconi dirotterà sulle prossime elezioni europee l’effetto del pieno di critiche che quotidianamente riverserà su Alfano per azzerarne il già flebile appeal sull’elettorato di centrodestra. L’obiettivo è umiliarlo impedendogli di superare lo sbarramento del 4 per cento.

Insomma, se alla fine la tenaglia delle “tacite intese” non riuscirà a stritolare quel che resta delle “larghe intese” sarà solo grazie alla convergenza di tre fattori: l’indisponibilità totale del Colle, la paura della reazione dei mercati e soprattutto il terrore che il centrodestra possa rivincere le elezioni. Ma è proprio quest’ultimo elemento a rendere i “trenta” di Alfano molto più pesanti dei “trecento” di Renzi. Il gioco degli specchi continua.