I tanti ritocchini alla Costituzione l’hanno soltanto peggiorata

La schizofrenia  legislativa di questi anni ha prodotto guasti incalcolabili. Non ci riferiamo soltanto alla legge elettorale , il cosiddetto Porcellum, dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Consulta. La gamma delle mostruosità normative, sia ordinarie che costituzionali,  si dipana come trama indigesta di un tessuto  che presenta smagliature e strappi da ogni lato. Prendiamo la riforma del Titolo V, quella che ha introdotto presunti principi di federalismo e fissato il sistema dei poteri statali, regionali e locali su un piano di assoluta parità, smontando l’originaria configurazione gerarchica tra i vari livelli di governo concepita dai padri costituenti. Il fallimento di quella riforma è  evidente.  Il  federalismo regionale , nelle intenzioni dei proponenti, avrebbe dovuto razionalizzare la spesa pubblica e avvicinare, come si diceva con non poca retorica, i cittadini alle istituzioni. Invece, abbiamo assistito alla proliferazione delle strutture amministrative e alla moltiplicazione dei centri di spesa.  Chi presentava la riforma come la soluzione di tutti i problemi assicurava, con buona dose di pressapochismo, che ci sarebbe stato un enorme beneficio fiscale e tributario  per i contribuenti e un maggior controllo sull’impiego delle risorse.  Dati alla mano, in dieci anni i tributi propri delle regioni sono aumentati  di oltre il 50%,  e le tasse percepite dallo Stato a livello centrale si sono incrementate di oltre il 32%. Il dato che più sconcerta è che,  nelle regioni, il problema della spesa in crescita esponenziale deriva soprattutto dall’aumento delle spese di funzionamento, ossia dal costo degli apparati e del personale. Gli uni e gli altri si sono ampliati a dismisura. Il resto lo ha fatto il costo della politica. Gli scandali che spuntano come funghi  nei sistemi regionali e amministrativi fanno da indecente corollario allo sbrindellarsi di ogni senso del bene comune. Rotto l’ argine del controllo interno, la corruzione ha finito con il dilagare. Ormai le regioni sono diventate,  prevalentemente, centri di gestione del potere amministrativo. Un potere esercitato e alimentato attraverso un sistema diffuso, capillare e costoso di agenzie, società, consorzi, ambiti, autorità, commissari e mille altre forme di gestione. Insomma, il regionalismo, lungi dall’esaltare la  potestà legislativa,si è risolto  nella costruzione di una sovrastruttura enorme e dispendiosa.  Inutile ripetere che il tutto andrebbe smantellato senza perdere altro tempo. E che è ormai diventata urgente una azione di riordino complessivo dei poteri locali; che sarebbe ora di ripensare la riforma del Titolo V, ridefinire ambiti e competenze regionali, superando l’anacronistico elenco delle cosiddette materie concorrenti  con lo Stato, oggetto di innumerevoli e paralizzanti ricorsi in sede costituzionale. Un legislatore che fosse minimamente attento alla storia e alla cultura dei nostri territori non si lascerebbe trascinare nel vortice demagogico che sta  sommergendo anche la fase attuale, nei velleitari e pericolosi  tentativi di riforma sul tappeto, alcuni promossi dal  governo. Prendiamo la vessata questione della eliminazione delle Province. Si sono versati fiumi di inchiostro e pronunciate parole solenni. Ma mai, dico mai, si è avuto il coraggio, in sede parlamentare, di affrontare il problema con cognizione di causa e la dovuta accortezza. Si è lasciato credere che le Province fossero  enti  inutili e inutilmente costosi. Poi però, nel disegno di legge del ministro Delrio, torna in auge l’”area vasta”, come ambito ottimale di pianificazione e di cooordinamento territoriale ai fini dello sviluppo. Ma chi dovrebbe svolgere questo ruolo? I comuni nelle forme associate ( sempre che siano in grado di associarsi) ? Oppure le Regioni, attraverso una azione di supplenza da esercitarsi nelle  forme incestuose che poc’anzi abbiamo denunciato ? Che senso ha , allora, privarsi della  Provincia ? Sarebbe bastato depurarla del fardello dei livelli di rappresentanza politica, lasciandole compiti di regia, come soggetto terzo nello scacchiere territoriale e con ruolo intermedio tra regione e comuni. Peraltro, a differenza delle Regioni, le Province , storici enti di “area vasta”, presentano caratteri  identitari , comunitari e di omogeneità  socio-cultiurale che sfuggono ai livelli regionali.  In effetti, il vero errore di origine,  da cui deriva l’attuale quadro di disfacimento del tessuto istituzionale che ha retto il Paese per vari decenni, risiede proprio in questo: nella mancanza di una pregnante riflessione storica e culturale sulle fasi che hanno portato all’unità nazionale e alla sedimentazione di tradizioni, costumi, valori civili, esperienze, incarnate nelle genti e nelle comunità che, nei secoli, hanno calpestano il suolo italico. Né, si è sufficientemente percepito – e quindi messo in conto  – quanto sarebbe cambiata la condizione di governance nell’ambito delle cosiddette autonomie locali a fronte della diversa articolazione verticale dei poteri, per effetto dei processi di integrazione europea, sia economica che monetaria, della cessione di vaste porzioni di sovranità e degli stessi fenomeni di globalizzazione.  Non siamo fra quelli che pensano che la nostra Costituzione sia la più bella del mondo. Ma una cosa è certa. Quando si sono  messe le mani sulla Carta fondamentale, invece di migliorarla l’abbiamo peggiorata. Abbiamo combinato enormi disastri. Tutta colpa della schizofrenia di un ceto politico non all’altezza del compito.