Grasso contro le fiction di mafia: «Danneggiano l’immagine dell’Italia». Come disse Berlusconi tre anni fa

Il presidente del Senato Pietro Grasso fa un intervento a gamba tesa contro editoria e tv, responsabili di idealizzare mafia e boss malavitosi, restituendo a lettori e spettatori un’immagine deviata e fuorviante – sicuramente romanzata in positivo – della criminalità organizzata. E così, dall’altisonante pulpito de la Repubblica, la seconda carica dello Stato sentenzia in un’intervista che le «fiction sulla mafia sono dannose e presentano due problemi: da un lato trasformare il poliziotto antimafia in una specie di Superman, e quindi indurre l’idea che la lotta alla mafia la fanno solo i super eroi. L’altro è quello di mitizzare il mafioso». Dichiarazioni che ricalcano pedissequamente le orme battute ormai tre anni da dall’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi quando, in veste di premier, presentando insieme al titolare dell’epoca del dicastero del Viminale, Roberto Maroni, i risultati di un piano anti-criminalità, si scagliò contro tv ed editoria, responsabili, a sua detta, di amplificare fino a celebrarle, le gesta di mafiosi e camorristi. Oggi tutti plaudono all’uscita di Grasso. Allora si scatenò un putiferio politico, subito rilanciato dai media. All’indice, tra le varie recriminazioni, finì soprattutto la famosa invettiva di Berlusconi contro sceneggiatori e scrittori, riassunta succintamente nella frase incriminata: «la mafia italiana è la sesta al mondo, ma la più conosciuta perché se ne parla». Immediatamente si sentì chiamato in caso Roberto Saviano – che proprio con la Mondadori aveva poco prima pubblicato il suo romanzo d’esordio, Gomorra – e prontamente autoproclamatisi crociati della battaglia politico-strumentale scatenata in sua difesa, scesero nell’agone polemico da Antonio Di Pietro a Walter Veltroni, tutti i numi tutelari del diritto di cronaca e della sua declinazione spettacolare, invocando forzate scuse di rito e “provvidenziali” errata corrige. Ma oggi, come si collocherebbe la vulgata pro-Saviano e filo fiction mafiose? Come valutano quei crociati culturali dell’agiografica rivisitazione letteraria e televisiva della malavita organizzata le esternazioni del presidente Grasso che ribadisce coloritamente di «avere ancora qui i (sul gozzo, ndr) la storia del Capo dei capi. Di quel ragazzino di 17 anni, capo di una piccola banda a Milano, che teneva in tasca i ritagli della fiction». Ieri Berlusconi contro La piovra, oggi Grasso versus il Capo dei capi: la polemica è la stessa, cambiano solo i riferimenti seriali. E a poco vale l’aggiunta di Grasso secondo cui Riina sarebbe semplicemente «un perdente», perché «la sua strategia è fallita». «L’unica differenza è che difficilmente oggi il buon Claudio Gioè, il giovane Totò U’ Curtu de Il capo dei capi, scenderà in campo, pronto a intervenire nella diatriba con la scusa di difendere la libertà di fiction, come all’epoca fece invece Michele Placido, alias il commissario Cattani…