Finanziamento ai partiti: un provvedimento fuori dalla realtà, demagogico e improduttivo

È francamente fuori dalla realtà  il decreto con il quale il governo modifica sostanzialmente l’attuale sistema di finanziamento ai partiti. Sembra che il Letta ed i suoi ministri vivano in un mondo popolato da cittadini bramosi di contribuire alla crescita ed allo sviluppo dei partiti politici con la prospettiva di assicurare loro un tranquillo avvenire. Infatti, nel provvedimento oltre al regime transitorio che dovrebbe aver termine nel 2017, si prevede dal prossimo anno, che la vita delle forze politiche dovrà dipendere esclusivamente dalla generosità dei cittadini i quali potranno destinare ai soggetti che riterranno il 2 per mille dell’Irpef e provvedere così ai loro costi faraonici, alle campagne elettorali, alle elefantiache strutture nelle quali trovano da vivere alcune centinaia di migliaia di italiani.

Il governo ha inteso così mettersi la coscienza in pace, smorzare le campagne demagogiche di Renzi et similia, sottrarsi alle intemerate del Movimento Cinque Stelle e accampare per gli anni a venire – indipendentemente dall’esito del provvedimento – il merito di aver quantomeno provato a “moralizzare” in parte la vita pubblica.

A prescindere dal fatto, come ampiamente è stato rilevato da molti giornali che in tutto l’Occidente lo Stato provvede in qualche modo al sostentamento dei partiti ritenuti strumenti indispensabili per lo svolgimento di una corretta ed ordinata dialettica democratica, si resta perplessi di fronte ad una normativa che limita gli atti di liberalità in favore delle formazioni politiche. La fissazione, infatti, del limite di 300 mila euro l’anno (200 per associazioni e società) è quanto di più illiberale si possa immaginare, senza considerare che nulla è previsto in tema di erogazioni altrettanto private per ciò che riguarda la devoluzione di beni e servizi che potrebbero risultare perfino più utili ai partiti invece del mero contributo in denaro.

Al di là, comunque, di questa fantasiosa prospettiva, oltretutto particolarmente costosa anche se verosimilmente utilissima in tempi in cui alla politica più che i soldi mancano le idee,  la proposta del governo è irrealistica  dal momento che viene calata in un contesto di generale discredito dei partiti  che tali, a dire la verità, non sono più da tempo, ma piuttosto somiglianti a corti bizantine o a comitati d’affari.

Chi vorrà apporre la propria firma sul rigo che autorizza la devoluzione del 2 per mille a questo o a quel soggetto ritenuto, a torto o a ragione, responsabile dei guai del Paese, della sua irrilevanza, dell’impoverimento dei singoli e della società, dell’arretramento culturale, della complessiva decadenza dei nostri costumi pubblici (su quelli privati stendiamo un velo pietoso)? Si provò qualche anno fa a mettere in piedi un’operazione analoga per regolamentare il finanziamento ai partiti in ossequio all’esito referendario: il risultato fu disastroso per lo stesso motivo che oggi richiamiamo, vale a dire la disaffezione ed il disgusto per i partiti considerati, a torto o a ragione, portatori non di soluzioni ai problemi, ma famelici divoratori della cosa pubblica la cui degenerazione partitocratica è ancora più grave di quando veniva diagnosticata da Giuseppe Maranini tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi dei Cinquanta del secolo scorso.

I privati, dunque, fondatamente non contribuiranno in maniera soddisfacente, almeno fino a quando i partiti non saranno  “case di vetro” al cui fine è necessario il riconoscimento giuridico degli stessi, in attuazione alla disposizione costituzionale disattesa dal 1948, che garantisca “trasparenza e democraticità”, proprio come asserito dal decreto governativo; requisiti questi che dovrebbero essere rilevati da una Commissione degli statuti dei partiti i cui rendiconti dovrebbero essere certificati da una società iscritta nell’apposito albo. Niente di nuovo sotto il sole. Possiamo produrre antiche proposte di legge di iniziativa parlamentare, presentate decenni fa da forze politiche perlopiù  di opposizione, tendenti a definire la natura giuridica dei partiti e a regolamentarne di conseguenza il finanziamento da parte delle Stato.

Adesso forse è un po’ tardi a meno che le forze politiche non si autoriformino: ma se non l’hanno fatto in vent’anni perché dovrebbero riuscirci in pochi mesi!

Eppure una democrazia senza partiti non riusciamo a concepirla. Dunque, che i “veicoli per la formazione del consenso” debbano essere assistiti è indispensabile, per quanto possa sembrare contro il sentire comune. Ma non certo nella forma prevista dalla quale  non si ricaverà neppure un piatto di minestra per il più umile degli uscieri.

Insomma, prepariamo a commentare un’altra occasione mancata.