Era prevedibile che tra gli eredi del Pdl scoppiasse la bagarre. Ma a tutto c’è un limite, o no?

Che cosa sta succedendo in quello che fu il Pdl è sotto gli occhi di tutti. Caos e risentimento. In entrambi i soggetti nati dalla scissione e negli stessi. Come al solito, Silvio Berlusconi si distingue per la sua ambivalenza che a molti appare come ambiguità. Il giorno della rottura, dal palco del Palazzo dei Congressi, raccomandò a suoi di Forza Italia di evitare attacchi diretti e insulti pubblici a quelli di Nuovo centrodestra. Nessuno, come era facile prevedere, se ne diede per inteso, e fin dal pomeriggio fioccarono gli insulti più sanguinosi contro Alfano e chi lo aveva seguito.

Nei talk show la tendenza si è amplificata a dismisura fino all’epico scontro tra la Santanché e Formigoni. Brunetta e Bondi sembrano i più attivi: non gliene lasciano passare una agli antichi sodali trasmigrati, dicono, nel campo avverso  a “fare da stampella” al governo del Pd. Gli scissionisti replicano sempre meno convintamente e comunque con una certa pacatezza nel difendere la loro scelta. Almeno fino a ieri. Il Cavaliere, infatti, davanti ai gruppi parlamentari del suo partito gliene ha dette di tutti i colori, finendo, come d’abitudine, per evocare il “tradimento degli elettori” da parte dell’ex-delfino. Poi, sempre per non perdere l’abitudine, ha raccomandato agli astanti di evitare polemiche pubbliche in vista di futuri assetti del centrodestra. Il bastone e la carota, insomma, anche se gli alfaniani finora la carota non l’hanno vista, ma il bastone l’hanno assaggiato eccome.

In particolare nelle forme dello svillaneggiamento che ha colpito un po’ tutti grazie alla prodigalità e all’inventiva di deputati, senatori ed agit prop che invece di concentrarsi sull’elaborazione di una linea politica appena credibile e praticabile, sprecano le loro energie nel tentativo di legittimare i nuovi avversari. E, stando ai sondaggi, colpiscono nel segno. E’ incontestabile il fatto che Forza Italia si sia attestata stabilmente intorno al 20% ed oltre, mentre il Nuovo centrodestra fatica a reggere al 5%. La circostanza preoccupa non poco i parlamentari di Alfano anche perché non riescono a vedere sbocchi oltre il recinto elettorale nel quale sembrano essersi rinchiusi. E più d’uno – in verità si parla di almeno una decina – sembra ci stia ripensando. Il richiamo della “casa del padre” diventa sempre più forte. Al punto che Formigoni ha reso noto che il filo diretto con il Cavaliere non si è mai interrotto. S’è guadagnata una reprimenda dall’ufficio stampa di Forza Italia che ha smentito, con irritazione,  colloqui ed incontri  nelle ultime settimane tra Berlusconi ed il senatore lombardo.

Querelle fisiologiche si dirà. Ma che testimoniano di un assetto talmente logorato da pregiudicare possibili future intese in vista delle elezioni. E dimostrano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che al di là dei numeri che i sondaggisti sciorinano voluttuosamente, che il centrodestra non esiste più nella percezione collettiva anche se dalle percentuali rese note negli ultimi giorni, la somma aritmetica delle varie formazioni d’area sarebbe superiore di qualche punto a quella del centrosinistra. Circostanza tutt’altro che paradossale. Una cosa, infatti, è la sommatoria, un’altra il giudizio politico da cui discende il consenso sulla possibile alleanza programmatica, elettorale e di governo.

Invero, risulta piuttosto complicato immaginare  come possano tornare a stare insieme coloro che palesemente si detestano, per non dire altro. E, giacché ci siamo, la scarsa rilevanza, sempre stando ai sondaggi, di quella che dovrebbe essere l’ala destra, propriamente detta, costituisce un altro bel problema. Per quanti sforzi vengano fatti dalle componenti di derivazione An, non ci sembra che schiodino, complessivamente, da un tre-quattro per cento complessivo. Se fossero unite probabilmente la tendenza sarebbe più confortante, ma nessuno, dopo tanto discutere ed annunciare, ha ancora capito che cosa se ne vuol fare di quella eredità politica che rischia di perdersi soprattutto se si dovesse procedere al varo di una nuova legge elettorale, maggioritaria o proporzionale, comunque con sbarramento.

Ma questa è un’altra storia…