E venne il giorno della rabbia tricolore

Non è stata una  “marcia su Roma” . È stato solo (e scusate se è poco) un giorno di rabbia, di rabbia gridata, disperata, viscerale. Una rabbia, se vogliamo, anche un po’ naif e condita con varie dosi di ruspante turpiloquio. «Il governo dice che nel 2014 ci sarà la ripresa. Sì la ripresa… per il culo». Questa battutaccia da cabaret pecoreccio l’ha gridata dal palco un imprenditore di Lucca: «Sono uno di quei pazzi che vogliono fare impresa in un Paese come l’Italia». Ma  si possono forse pretendere raffinate battute alla Woody Allen da una folla livida, furiosa, disincantata, con i calli sulle mani? Non è un’immagine retorica. In piazza è andato il ceto medio impoverito e declassato. E, di questa piazza rabbiosa e schietta,  il leader non poteva che essere uno come Danilo Calvani, il contadino di Pontinia che gira con una vecchia jaguar ipotecata. E sì, la jaguar: la stampa di sinistra s’è buttata gongolante e ghignante su quella prova di ingenuità, abituata com’è alla new generation dei fighetti metropolitani che circolano in smart. Ha cercato di fare a pezzi lo “zoticone” proveniente da una delle “Città di fondazione”  del fascismo, ma ne ha in realtà creato il mito. Perché quella vecchia jaguar è il simbolo di un’Italia decaduta, l’Italia “affluente”  degli Anni Ottanta, il più prospero e il più pazzo decennio dello nostra storia, ora solo  un pallido ricordo, ma che rivive nella rabbia di ceti defraudati.

Questa ostilità della sinistra per qualsiasi movimento di massa estraneo alle sue categorie si rivela anche nel giorno dei Forconi a Roma. «Forconi flop» , ha titolato subito l’Huffington Post per dire che a piazza del Popolo c’erano “solo” tremila persone. In realtà si tratta di un esorcismo. Perché l’establishment italiano è percorso da un profondo senso di turbamento ogni volta che gli artigiani, i piccoli imprenditori, i negozianti scendono in piazza. È allora che il vecchio sospetto politico rivela la sua vera natura di avversione  “antropologica”. I No Tav spaccatutto piacciono ai salotti radical chic e agli scrittori alla Erri De Luca. I Forconi no, perché sanno di poujadismo e del vecchio, aborrito “Paese alle vongole”.

Così, se la politica, a parte l’area di centrodestra, dimostra sospetto e grida all’“eversione” e alle infiltrazioni “neofasciste” , i vescovi invitano invece a prestare attenzione al «grido di dolore» che viene dalla piazza. Mai, come nel fenomeno dei Forconi, si assiste al fenomeno del distacco crescente tra  il mondo che vive nel Palazzo (comprese le grandi firme del giornalismo nostrano ) e la società reale con i suoi  problemi e i suoi drammi. Così tutti pensano all’esorcismo dei numeri; e non si concentrano sulla “qualità” di questa piazza così diversa dalle altre. Ma è proprio a quella “qualità” che si dovrebbe guardare, perché è lì che si capisce perché i Forconi non sono un fenomeno passeggero, ma un fatto che, volenti o nolenti, può cambiare il rapporto tra politica e società.

A piazza del Popolo i simboli di partito erano rigorosamente banditi. C’erano solo tricolori. La folla era arrabbiata ma composta. E i volti dei poliziotti, pur presenti in forze, erano rilassati, come mai è capitato in qualsiasi manifestazione dell’ultrasinistra. Se è così ( e se rimarrà  così) dei Forconi continueremo a occuparci ancora a lungo.