E ora il forcone no-Tav Tenderini invoca le manette per i leader della protesta che non gli piacciono

Non gli è bastato dissociarsi da tutto il resto della protesta. Oggi Luigi Tenderini, leader di uno spezzone dei forconi, arriva a invocare le manette per il “collega” Danilo Calvani. «Dovrebbero arrestarlo per eversione», ha detto Tenderini, che giusto ieri si era presentato come «uno degli ispiratori del movimento no-Tav». Tenderini ne ha anche per Ferro e Chiavenago che, a suo dire, sono «leader senza alcuna investitura» e quindi non abilitati a chiamare la piazza. È soprattutto con Calvani, però, che se la prende: «Bisogna fermarlo. Vuole solo riabilitare la destra estrema in Italia». Ora, senza entrare nel merito di un giudizio su Calvani o sugli altri capi della protesta, che in questi giorni chiunque ha avuto la possibilità di misurare, colpisce l’atteggiamento di Tenderini. Intanto, c’è quella pretesa di ergersi a unico leader “legittimo” di un movimento quanto mai fluido e articolato, in cui trova spazio di tutto, così come di tutto trova spazio su quel web indicato come luogo da cui dovrebbe arrivare “l’investitura” per stare in piazza. Colpisce, ancora di più, la richiesta di arresto per eversione di un uomo sulle cui qualità di leader si può discutere, ma che allo stato non risulta aver compiuto atti violenti o, come vorrebbe Tenderini, eversivi. Colpisce soprattutto perché a pronunciare l’anatema è uno che si autocolloca fra gli «ispiratori del movimento no-Tav», che spesso, invece, ha attraversato il campo della violenza e talvolta si è affacciato su quello dell’eversione. Ma a renderne davvero urticanti le parole è la sensazione che Tenderini, che dice di guidare l’unica parte dei 9 dicembre «veramente apartitica e apolitica» (qualcuno poi dovrebbe spiegare che valore ha un movimento di protesta apolitico…), non sopporti l’esistenza di un movimentismo organizzato non antagonista, che sfugge alle velleità di un qualsiasi capo che si autoproclama tale. Si rintraccia nelle sue parole il vecchio vizio di una certa cultura politica che si erge a giudice di chi può e di chi non può stare in piazza, di chi può o non può avere agibilità non per le sue azioni, ma per le sue idee. Una messa all’indice che appare quanto mai stonata soprattutto nel frangente di una protesta come quella in corso, che nelle intenzioni di fondo vorrebbe dare voce a un dissenso popolare diffuso, trasversale e non ideologico.