Dopo Bersani lo smacchiatore è il turno di Renzi l’asfaltatore. L’ennesimo slogan porta-sfiga del Pd…

Era il 15 settembre scorso quando per la prima volta un baldanzoso Matteo Renzi adoperò il termine  dall’acre odore di bitume. «A Berlusconi conviene restare nel governo, ha paura delle elezioni perché sa che se andiamo al voto asfalteremo il Pdl». Asfaltare: l’allora candidato alle primarie, che con le battute ci sa fare  (con i contenuti un po’ meno), disse proprio così dal palco della Festa democratica di Sesto San Giovanni, l’ex “Stalingrado d’Italia”. Asfaltare, passare sopra, cancellare… L’allocuzione pesante all’indirizzo del centrodestra non passò inosservata: per giorni la stampa nazionale e la rete hanno indugiato sull’asfaltatura e il termine è diventato la nuova parola d’ordine della sinistra rottamatrice. Oggi, all’indomani del derby televisivo tra Renzi e Alfano a Porta a porta, la parolina torna sulla bocca dei cronisti che, facendo l’occhiolino all’uomo del momento, gli chiedono se è riuscito ad asfaltare l’avversario Angelino. Il segretario democratico, però, non dovrebbe cullarsi troppo sugli allori  (e accontentarsi della buona performance contro il ministro dell’Interno), dovrebbe piuttoato stare attento all’eccessiva sicurezza della vittoria che, come la storia passata e recente insegna, è spesso portatrice di sciagure inaspettate. Andò così per la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, diventata ormai in tutti i campi il sinonimo di un’avventura partita con i migliori auspici e finita malissimo. Non ha avuto maggiore fortuna la tracotanza emiliana di Pier Luigi Bersani quando si dette come mission quella di smacchiare il giaguaro Silvio. Togliere le macchie all’avversario, neutralizzarlo. La trovata diventò un autentico tormentone, rimbalzato sul piccolo schermo grazie alla parodia di Crozza, che per mesi ha inchiodato Bersani a un copione irrinunciabile: quelle tre paroline “smacchiare il giuaguaro” in campagna elettorale si trasformarono in  una sorta di coperta di Linus per il candidato premier, convinto che si sarebbe seduto a Palazzo Chigi un minuto dopo lo spoglio elettorale. Sappiamo tutti come andò a finire: il “sostanziale pareggio” con il Pdl è stato in termini politici una sconfitta pesantissima, che ha messo Bersani fuori gioco in un crescendo di partite perse, dalla Caporetto dell’incarico di governo alle dimissioni dalla segreteria dopo l’umiliante corteggiamento dei grillini per rabberciare una maggioranza parlamentare.

Renzi è di un’altra pasta, si dirà, e soprattutto sembra essere molto più fortunato dell’ex segretario. Nato con la camicia, anche se quando mette la cravatta fa rimpiangere il pullover casual-elegante, telegenico, simpatico e popolare. Superstizioso? Non si sa, ma gli consigliamo di non esagerare con le asfaltature, la storia potrebbe ripetersi e il mantra della sinistra under 40 che ha conquistato la stanza dei bottoni potrebbe essere un’altra trappola semantica porta-sfiga. Anche al rampante Matteo potrebbe accadere come a quei pifferi di montagna che “andarono per suonare e furono suonati”. Insomma stia attento che di lui non si scriva tra qualche mese: “Venne per asfaltare e fu asfaltato”.