Dodici giorni di celebrazioni in Sudafrica per Mandela, “l’invincibile” che unisce nel lutto il mondo intero

La notizia è rimbalzata sui siti di tutto il mondo: «Madiba has diparted», ha annunciato commosso in diretta tv ieri sera il presidente sudafricano Zuma. Un addio, quello a Mandela, che si è spento a 95 anni nella sua casa di Johannesburg, che tutti sapevano da mesi di dover affrontare, ma che e ha comunque colto il mondo di sorpresa, lasciandolo sgomento: un sentimento che accompagna sempre un avvenimento luttuoso, certo, ma che nel caso della scomparsa di un personaggio come Nelson Mandela sembra elevare al cubo il suo potenziale. Un disorientamento trapleato anche nelle semplici frasi di rito pronunciate a caldo dal presidente Obama, quasi in lacrime. Da Cameron che ha parlato di «una luce che si è spenta». Da Ban Ki-Moon, per cui Madiba ha rappresentato una «fonte di ispirazione per l’umanità». Un uomo che è già un mito e al quale, come tutti i miti, saranno dedicate celebrazioni e ricorrenze. Dodici giorni di celebrazioni, per l’esattezza, prima del funerale di stato che potrebbe essere fissato per sabato 14 dicembre.

Del resto Mandela è una sorta di coscienza dell’umanità, una icona globale capace di toccare i cuori e arrivare alle menti di masse sterminate: per decenni ha rappresentato il simbolo di un’epopea tragica; l’eroe della lotta alla discriminazione razziale e all’ingiustizia sociale, diventando l’incarnazione vivente della forza delle idee che dal chiuso di un cella ai confini del mondo, possono arrivare a imporsi detronizzando governi, delegittimando i codici, sdradicando assetti, convinzioni e prassi. Schermato dietro un nomignolo affettuoso, Madiba, mimetizzato in un atteggiamento risoluto ma schivo, quasi impenetrabile, dietro anni trascorsi nel silenzio assordante di una cella tre metri per tre, da cui ha saputo diffondere parole che hanno acceso il mondo, si celava insomma l’ultimo grande uomo del XX secolo. Il leader della ribellione. La figura carismatica del movimento dell’African Nation Congress, (Anc). La guida morale di una collettività multietnica che ha combattuto tutta la vita per l’affermazione dei diritti civili negati ai neri o ai meticci dal governo sudafricano di etnia bianca. Il padre della “Rainbow Nation” che ha speso gli ultimi mesi della sua lunga e tormentata esistenza a lottare contro il buio della morte. Un uomo che dopo 27 anni di reclusione, passati nei penitenziari più spietati – soprattutto nella prigione di Robben Island, la più dura del regime sudafricano –  fino alla gabbia dorata di Victor Vester, ha curvato la schiena per spaccare rocce nei lavori forzati, ma non si è piegato a chi sperava di riuscire a metterlo a tacere. L’artefice della riconciliazione razziale, perseguita a tutti i costi, con ogni mezzo, anche attraverso la celebrazione dello sport. Un uomo sempre in trincea, ma che non ha mai tifato contro. Un guerriero che puntava, alla pacificazione nazionale affrontando forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Il premio Nobel per la pace del ’93, che diventerà il presidente del Sud Africa un anno dopo. Una personalità, come ci ha ricordato Clint Eastwood nel film del 2009 al limite dell’apologetico dedicato a Mandela, Invicuts, invincibile. Un’operazione con cui il cineasta americano, repubblicano convinto, che ha fatto campagna per McCain e attende guardingo gli esiti dell’Amministrazione democratica, ma che è anche il «conservatore illuminato» che con il suo cinema ormai da anni propone una ricerca estetica e morale nel profondo degli elementi che possono, senza pregiudicare la propria identità di base, provare a conciliare gli opposti. Una politica cinematografica, quella di Eastwood, che ricorda operato e testamento spirituale di Mandela che, da presidente eletto del Sud Africa perseguì un processo di riconciliazione nazionale, contrastato sia da parte dei bianchi che da quella dei neri. Contrasti rispetto ai quali Madiba non si sarebbe mai arreso. Fino a ieri.