Dalla pessima riforma Monti-Fornero alla legge di stabilità: ormai non ne indovinano una

Il tema del lavoro (che non c’è) continua a tenere banco. Ormai  è ridotto a una sparuta pattuglia il gruppo di coloro che continua a pensare che la riforma del mercato del lavoro, targata Monti-Fornero, sia stata  utile e produttiva. Per quanto ci riguarda,non l’abbiamo mai pensato. I dati sconfortanti che segnano al rialzo il livello della disoccupazione, soprattutto giovanile, e quelli che indicano in aumento il numero delle aziende  e delle attività commerciali che chiudono i cancelli e abbassano le serrande, non lasciano presagire niente di buono. Chi si aspettava , come Confindustria e sindacati, un taglio netto del cuneo fiscale per rendere più corpose le buste paga dei dipendenti e restituire competitività alle imprese, è rimasto deluso. La legge di stabilità, nonostante le promesse di Letta e le acrobazie verbali  dei ministri, a cominciare da Saccomanni, forse salverà (temporaneamente) il governo, ma certo non darà impulso alla ripresa. Ci vuole davvero molta fantasia per sperare di agganciare l’ inversione di tendenza nel ciclo produttivo, appena registrata a  livello internazionale, con una operazione di spending review, i cui effetti, ammesso che ci siano , saranno spalmati su una platea talmente ampia di beneficiari da rendere ininfluente ogni possibile riduzione della tassazione. Si tratta, peraltro, di una operazione che, oltre ad essere complessa, richiede tempi lunghi. Niente di immediato, dunque. Nella situazione data, che è drammatica, si chiedeva all’esecutivo non solo coraggio, ma anche chiarezza nelle scelte su cui indirizzare la politica economica  e le poche risorse disponibili per rimettere in marcia la produzione. Invece, niente di tutto questo. Per dirla con Tito Boeri, che su la  Repubblica, ha pesantemente criticato il testo della legge di stabilità, in materia di riforma del lavoro non c’è stata  nessuna svolta.  Anzi, le cose sono peggiorate. Il costo del lavoro aumenterà proprio nelle imprese che presentano migliori condizioni per assumere. “Tra nuovi contributi per la Cig in deroga e l’accelerazione dell’aumento delle aliquote per gli iscritti alla gestione separata Inps, il cuneo fiscale, soprattutto nelle piccole imprese, è destinato ad aumentare ulteriormente”, annota con precisione Boeri. Ed è tutto dire! Dicevamo in premessa che il tema del lavoro continua a tenere banco, alimentando , a sinistra, una  disputa che appare inconcludente.  Non solo perché torna in ballo, su quel versante politico-sindacale,  il giudizio controverso sull’articolo 18, con Renzi che rispolvera le tesi di Ichino mandando su tutte le furie Camusso e i fautori della contrattualistica imbalsamata nei vecchi schemi ideologici, ma soprattutto  perché non c’è nulla che faccia pensare ad una rivisitazione profonda della materia, alla luce della crisi e dei cambiamenti. Questo è il punto che angoscia maggiormente. Se si vogliono raggiungere risultati diversi e migliori c’è necessità di pensare al mondo del lavoro in modo differente. Servono proposte di cambiamento concrete, fattibili. Occorrono delle correzioni immediate della riforma Fornero,  cominciando con il rimuovere i  limiti  che hanno fortemente contratto l’area della flessibilità in entrata, facendo saltare, come non era difficile prevedere, un numero impressionante di contratti a tempo determinato, senza, d’altro canto, favorire quelli a tempo indeterminato. Pensare al mondo del lavoro in modo diverso, significa avere il coraggio, per esempio, di rivedere dalle fondamenta l’istituto del Tfr, una costruzione che non esiste negli altri Paesi europei. Le somme ora accantonate potrebbero andare direttamente nella busta paga e consentire al lavoratore di costruirsi autonomamente un percorso  previdenziale “su misura”, lasciando al singolo la libertà di crearsi un proprio welfare con formule previdenziali complementari.  Quel che oggi è permesso sul piano volontario, avrebbe  ben altra valenza se fosse esteso a tutti i lavoratori indifferentemente. Ne guadagnerebbero  le famiglie, giornalmente costrette a fare in conti con la crisi, e i consumi interni, oggi in crollo vertiginoso.  Ancora. In Germania, si stanno introducendo forme di  regolazione nell’ingresso nel mercato del  lavoro che prevedono un salario minimo e modalità differenziate di sussidio per favorire l’occupazione, cercando di abbattere la soglia di povertà  e di incidere sulla disoccupazione. Possibile che da noi non si possa affrontare l’argomento senza precipitare nei soliti luoghi comuni ?  Tra questi luoghi comuni c’è anche quello che continua a considerare inconciliabili i servizi per l’impiego che operano nelle strutture pubbliche con quelli che operano nel privato. Al netto dei luoghi comuni, resta indispensabile il ruolo delle agenzie chiamate ad incrociare domanda ed  offerta di lavoro per  l’inserimento e la ricollocazione dei lavoratori che sono usciti dal mercato.  Se gettiamo uno sguardo all’estero, ai sistemi di welfare più efficaci , notiamo che si basano su un unico soggetto che svolge il ruolo di orientamento, formazione e ricollocazione. In Italia queste attività sono ancora affidate a soggetti diversi. Basti pensare che la formazione è affidata alle Regioni.  Neppure la serie invereconda di scandali che ha colpito il settore è servita a ripensare il modello.