Dal “salva Roma” al “Milleproroghe” la nuova politica è sempre clientelare: i giovanotti non ce la fanno

E meno male che i quarantenni dovevano rinnovare la politica italiana. Beato che ci aveva creduto. Quel che è accaduto alla vigilia di Natale, con il pasticcio governativo e parlamentare del decreto “salva Roma”, ritirato in extremis da Letta in seguito all’intervento deciso del capo dello Stato, la dice lunga sulla incapacità dell’esecutivo dei “giovanotti” di fronteggiare lobbies e gruppi di poteri. In un provvedimento concepito per evitare alla Capitale il default era stato inserito di tutto: norme a coriandoli che dovevano soddisfare questo e quello, appagare clientele fameliche, tenere buoni parlamentari della maggioranza in nome della ormai comica “stabilità” che è sinonimo di mortifera “inazione” di governo.

Una figuraccia, insomma, a cui si sono volenterosamente prestati i virgulti della nuova politica, tanto renziani che i fuoriusciti “diversamente berlusconiani” o post-berlusconiani (francamente quel che accade da quelle parti ci risulta più misterioso della composizione di un mandala indiano). E questo sarebbe il “nuovo che avanza”? Al massimo è ciò che è avanzato dal tavolo disordinato della Seconda Repubblica. E non è un bel vedere. Come sarà pessima – azzardiamo, convinti di non essere smentiti – la cosiddetta legge Milleproroghe che il governo si appresta a varare. Che cos’è? Un salsicciotto ben confezionato nel quale sta dentro tutto ed il contrario di tutto. Una volta, al tempo della Prima Repubblica, veniva chiamata “legge Mancia”: in pratica tutti gruppi fornivano al governo la lista della spesa a cui si provvedeva con una cifra appositamente accantonata per soddisfare i partiti dell’arco costituzionale. Una strada, un canale, un contributo per fronteggiare una qualche calamità, un po’ di eventi culturali: insomma tutto quanto potesse essere utile a mostrare agli elettori di riferimento che non ci si era dimenticati di loro.

Le Finanziarie del passato sono reperti di inarrivabile equità dal punto di vista della soddisfazione delle clientele. La “Milleproroghe” ha sostituito, in peggio, senza cioè la sapienza dei “vecchi” (che all’epoca non erano vecchi per niente, ma sapevano semplicemente comportarsi per  quante critiche si attirassero) la legge Mancia o “mancetta” come era stata ribattezzata negli ultimi anni. Il rischio dell’incostituzionalità, ovviamente, è dietro l’angolo, ma a nessuno viene in mente di farlo rilevare. Tutti devono portare a casa qualcosa, dalla piscina comunale da ultimare, al tetto della chiesetta da riparare, alla pedemontana da riasfaltare, alla sagra da finanziare, all’immancabile premio letterario in onore di una gloria locale ingiustamente misconosciuta.

I quarantenni non sono migliori dei sessantenni o dei settantenni rottamati. Ne ripetono i vizi, ma non provano neppure ad imitarne qualche nascosta virtù. E li vedremo all’opera ancora nei prossimi mesi quando dovranno mettere mano alla legge elettorale e a qualche altra riforma di carattere istituzionale: allora verrà il bello (o il brutto). Non basteranno lobbisti e ragionieri per far quadrare quel che non può quadrare. Dovrà agire la politica, quella vera, che si sostanzia di serietà, preparazione e visione dell’avvenire. Le uscite di molti di questi giovanotti, che siedano al governo o tra i banchi del Parlamento, non ci autorizzano  a nutrire magnifiche speranze per un domani piuttosto vicino. E non è improbabile che si giochino tutto, a cominciare dalla credibilità.

Renzi, tanto per dire, campione del nuovismo che più nuovo non si può, come si rapporterà con i giovani turchi del suo partito e con la Cgil che contestano il suo progetto di riforma del lavoro? Imparerà che i partiti sono un’altra cosa rispetto a quel che ha fin qui immaginato. E che non basta convocare riunioni di segreteria alle sette del mattino per fare la rivoluzione anche se ci fu chi disse, tanto tempo fa, che l’Italia se la prende chi s’alza presto. Ma erano altri tempi.