Con Renzi ha vinto la sinistra che non c’è. Davanti a lui si apre un deserto di idee che il “luogocomunismo” non riuscirà a riempire

Alzi la mano chi non è d’accordo con almeno cinque delle proposte enunciate da Matteo Renzi nel suo primo discorso da segretario eletto. Crediamo si faccia fatica a trovare motivi di dissenso. Il luogocomunismo non declinato politicamente produce l’effetto di un’assuefazione generale dalla quale è difficile liberarsi. Si può essere in dissenso sulle proposizioni renziane a proposito del primato della politica, del ridimensionamento dell’euroburocrazia, della fine del potere di supplenza della magistratura e dei sindacati, sulla rivalutazione del merito, sulla semplificazione del sistema politico in senso maggioritario, sul bipolarismo stesso? Crediamo proprio di no. In via di principio, naturalmente. Ma se si scende nel particolare, è facile trovare, com’è naturale che sia, motivi di contrasto e perfino di dura opposizione.

Non sempre coloro che vogliono piacere a tutti, e a tutti i costi (Renzi incarna questo tipo di politico alla perfezione e non certo da oggi), poi ottengono i risultati sperati. Il neo-segretario, inoltre, non nasconde ambizioni di altra natura, in modo prematuro e maldestro. Il discorso di ieri notte, infatti, era quello di un premier in pectore ecumenico, piuttosto che quello di un leader di partito alle cui distorsioni, invece, si dovrà applicare per resuscitarlo e dargli una linea politica unitaria. Ecco, al di là delle banalità amministrate con il solito savoir faire del maestro di cerimonie, ci saremmo aspettati da Renzi un qualche accenno su come intende guidare il Pd e verso quali mete indirizzarlo. Per esempio, lo trascinerà nella famiglia del Pse oppure continuerà a farlo nuotare in acque neutrali, insapori, inodori e incolori? La sua polemica contro l’Europa dei tecnocrati e dei banchieri si spingerà fino a rimettere in discussione la  presenza dell’Italia nell’eurozona oppure continuerà a parlare male del direttorio di Bruxelles e Francoforte in pubblico, mentre in privato terrà un atteggiamento difforme, cioè di totale acquiescenza alle direttive euro-germaniche? E sul principio uninominale, dopo aver addirittura ipotizzato l’eleziione diretta del  “sindaco d’Italia”, crede davvero che il suo partito lo seguirà sul presidenzialismo che non è il cancellierato, né il premierato, né il parlamentarismo rafforzato?

Ecco, Renzi come al solito ha parlato bene, come un “bravo presentatore”, ma sostanzialmente non ha detto nulla. Non ha offerto un briciolo di considerazioni sui rapporti con la sinistra e nella sinistra (forse perché non è un tema che non lo appassiona), non si spinto verso le terre incognite delle “piccole intese” perché sa che, non amandole, si sarebbe attirato le ire di mezzo partito e della maggioranza dei gruppi parlamentari, oltre che di Letta e di Napolitano. Non ha attraversato il guado nel quale il Pd continuerà a lungo ad essere impantanato: come ricostruire una sinistra vincente (non basta proclamare che “Vincere” è un imperativo: lo era anche per il fascismo, come ha ricordato, e s’è visto come è andata a finire), competitiva ed antagonista, vale a dire alternativa. E’ questo un tema troppo difficile per lui che al momento si accontenta di annunciare l’annuncio dello scioglimento della sua corrente (ma ci credete?): lo hanno sempre detto tutti i leader dopo ogni congresso.

Insomma, Renzi che non è Berlusconi, prova a fra credere di avere la bacchetta magica. E, da quel che s’è visto alle primarie, sembra ci riesca. Ma la sinistra-sinistra del Pd che fine ha fatto? L’aria dimessa ed elegante, dell’intelligente Cuperlo, uscito sembra da un romanzo di Svevo (ed è un complimento), è stata annientata; quella un po’ freak di Civati si è difesa benino, ma non avrà un ruolo irrilevante. Adesso, passata la sbronza, si farà avanti qualcuno invocando, come nella migliore tradizione di quella parte politica, “il dibattito, il dibattito”. Non sappiamo che cosa se ne faranno. Con o senza Renzi, la sinistra continuerà a lungo a coltivare la sua crisi, non meno di altri sedicenti movimenti politici. Essa, infatti, come tutti, è parte della crisi stessa, abita un non-luogo desertificato dalla politica senza idee.