Cinesi in Italia, il governo convoca il “solito” tavolo. Ma basta far rispettare le nostre leggi

Giovedì è prevista al Viminale una riunione che istituisce il tavolo nazionale per Prato sulla situazione nella città toscana dove una settimana fa sette lavoratori cinesi sono morti nell’incendio di una fabbrica. È ancora il tempo delle chiacchiere? Serve un tavolo nazionale o servirebbe applicare le leggi? L’interrogativo è diffuso, ma il vicepresidente dei Senato Maurizio Gasparri lo pone in termini di volontà politica: «Ci auguriamo che sia un incontro produttivo e non solo l’ennesima riunione nata sull’onda di un evento drammatico». Aggiunge: «Resto infatti convinto che questo non sia più il tempo delle chiacchiere ma che si debba passare all’azione. C’è poco da fare. Sono anni che si parla delle condizioni in cui vivono e lavorano gli immigrati nelle fabbriche cinesi. Ce ne sono ovunque, in tutta Italia. Sono realtà vergognose che vanno chiuse, smantellate, abolite. Al di là dei tavoli, va applicata la legge». Nella lettera di convocazione il ministro degli Interni Alfano chiarisce che il tavolo nazionale per Prato «ha l’obiettivo di sviluppare, anche in sinergia con le istituzioni locali, un piano di interventi utili a rendere più incisive le misure di contrasto di tutti i fenomeni di illegalità legati all’imprenditoria, soprattutto straniera , in materia previdenziale, fiscale, commerciale e di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Le chiacchiere stanno a zero, il tavolo convocato potrà avere un valore solo in considerazione degli strumenti operativi che si intendono porre in essere su una questione complessa e comunque conosciuta da anni. Il processo di produzione e il lavoro dei migranti cinesi, sia in Italia sia in Europa, era stato già oggetto di studio e di raccomandazioni precise da parte dell’Ilo (Organizzazione internazionale del Lavoro) in un recente ricerca. I ricercatori avevano messo in evidenza come le enclaves cinesi fossero allo stesso tempo dentro e fuori il sistema economico locale. Dentro, come imprese a cui vengono subappaltate fasi della produzione del “pronto moda” per il mercato europeo. Fuori, però, perché queste comunità restano isolate e invisibili dal punto di vista dei controlli su contratti, condizioni di lavoro e di vita, di tutele. Esiste infatti una relazione implicita tra imprese e lavoratori, un vero circolo vizioso che passa dallo sfruttamento, alla dipendenza, alla interdipendenza e che fa parlare, appunto, di «catene nascoste», invisibili. C’è una sorta di volontà condivisa e di consenso ad accettare qualsiasi condizione, pur di ottenere commesse e di ripagare il debito contratto dai migranti per il viaggio in Europa: turni di 20 ore, paghe ben al di sotto degli standard, nessuna misura di sicurezza, abitazioni inadeguate e anche lavoro minorile. Disinnescare questo meccanismo si è rivelato impossibile, non si sa bene quanto per difficoltà o mancanza di volontà. Forse per entrambe le cose. D’altra parte, l’isolamento in cui sono tenute le donne e gli uomini cinesi, spesso senza documenti, non aiuta i controlli delle autorità. Lo stesso flusso delle nascite e delle morti rimane sotto traccia. I datori di lavoro, connazionali legati alla tratta, hanno diverse strategie per sfuggire ai controlli e spesso spostano la produzione da una casa all’altra, rapidamente, impedendo qualsiasi possibilità di intervento. La situazione è nota. Serve un’azione decisa dello Stato, delle forze dell’ordine di concerto con la magistratura, perché l’unica risposta che si può dare per impedire altre stragi come quella di Prato è  il ripristino della legalità. Concretezza e controlli, dunque, più che tavoli… E molto coraggio.