Banche e Ue: la riforma dei Trattati è l’unica strada per arginare l’area degli euro-pessimisti

Le banche italiane sono solide, anche se zavorrate da troppi titoli di Stato.  Il dato riflette la condizione generalmente positiva del sistema creditizio europeo. A fornirlo è l’Eba, l’autorità di vigilanza del Vecchio Continente. Tutto bene, dunque? E’ presto per dirlo. La vulnerabilità è ancora alta, fanno sapere i tecnici di Bruxelles. Persistono i crediti cosiddetti difficili, e pensare di essere al riparo dai movimenti speculativi, sempre in agguato sui mercati finanziari, sarebbe come credere alla Befana. C’è poi il tasto dolente della situazione sociale ed economica complessiva  che non accenna a riprendersi.

La disoccupazione, ossia il termometro più significativo della crisi, continua a salire; le fabbriche continuano a chiudere e il governo, purtroppo, continua a cincischiare tra nuove tasse e balzelli, mentre la tensione sale nel Paese. L’unica novità degna di nota viene  da Mario Draghi. Il  presidente della Bce si è detto favorevole alla separazione delle attività delle banche. Questa sì che sarebbe una prima importante riforma, il segnale di quel cambiamento di rotta che negli Stati Uniti e in alcuni Paesi della Ue è stato già adottato. Si tratta, in sostanza, di  depurare il sistema creditizio dal fardello degli investimenti speculativi  operati con i soldi dei risparmiatori e dei depositanti. Potrebbe rappresentare un primo passo verso la separazione tra le banche d’affari e le banche che devono concentrare la loro attività  su crediti di esercizio per la produzione e la creazione di reddito, e disporre di un consistente capitale proprio. Usiamo il condizionale, non solo per opportuna cautela  ma perché, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Fuor di metafora: la Germania, e non solo.  Proprio la Germania  è  il paese più restio ad imbastire un negoziato di riforma dei trattati comunitari  che obblighi i paesi membri a pagare una tassa di solidarietà, da utilizzare per la ricostruzione dell’equilibrio macroeconomico nell’eurozona.

Il timore di Berlino di doversi caricare sulle spalle i debiti contratti dagli  Stati ad economia più debole  frena  la stessa idea di promuovere un meccanismo comune per il salvataggio, con denaro pubblico, degli istituti di credito sull’orlo del fallimento. Insomma, il quadro è molto più complicato di quanto si possa pensare. I margini di trattativa non sembrano ancora abbastanza ampi.  Vedremo cosa sortirà dalla riunione dell’eurogruppo/Ecofin straordinario convocata per oggi e domani nella capitale belga.  Comunque sia, a noi pare che stiano ormai emergendo tutti i limiti contenuti nei Trattati a suo tempo approvati, e gli errori compiuti a partire dal 1991. Ossia quando si crearono i presupposti del successivo cortocircuito della democrazia, rappresentato dalla irruzione dei mercati finanziari nello spazio fino ad allora occupato dai popoli e dalla politica. Nel senso che la sovranità monetaria era prerogativa degli Stati e gli elettori esprimevano le loro scelte fissando l’indirizzo della politica. Quando poi la politica è andata in crisi, abusando del suo ruolo e  dimostrando le sue debolezze nel circoscrivere e controllare i processi inflattivi, la tecnocrazia di Bruxelles ne ha approfittato.

E’ prevalsa, allora, l’idea che la politica monetaria dovesse essere affidata ai tecnocrati, cioè a figure prive di legittimazione democratica e fortemente sensibili alle richieste provenienti dal settore finanziario. L’indipendenza della Bce dal sistema politico e la pretesa che la Banca centrale europea dovesse essere fattore di equilibrio della stabilità dei prezzi nella zona euro, facendo leva sulla media dell’andamento dei prezzi, senza tenere nel giusto conto le diverse forme di sviluppo nei singoli Paesi, sono elementi  collegati direttamente  a quell’idea. Una idea che si è rivelata indigesta, oltre che dannosa. E’ stata una grande illusione quella di pensare che il semplice trasferimento dell’emissione monetaria a una banca centrale, politicamente autonoma, avrebbe consentito di controllare l’enorme flusso della massa monetaria e, quindi, l’insieme dei mezzi di pagamento dell’intera zona euro. La Grande Crisi ha fatto saltare il coperchio della illusione e messo a nudo la fragilità dell’intera architettura finanziaria della Unione.

C’è chi dice che il collasso finanziario che ne è venuto fuori abbia preso in contropiede gli euro-ottimisti. Certo è che l’adesione acritica ai Trattati, unita alla protervia con cui Bruxelles ha imposto ai governi ( spesso espropriati dal loro ruolo e sostituiti da esecutivi tecnici)  regimi di austerità e di rigore assoluti, hanno ulteriormente azzerato la funzione della politica. Con la complicità di quest’ultima. Ammettiamolo! La politica si è lasciata azzerare  senza battere colpo. Per  sua inconsistenza , innanzitutto. Ma anche per i suoi peccati e le sue debolezze. In  preda ad una ingannevole presunzione, la politica  ha pensato di lavarsi la coscienza e salvare l’anima, semplicemente affidando ad altri, ad un sovrano senza volto qual è la Finanza, la gestione dell’economia. Ora  che i buoi sono fuggiti dalla stalla, non è facile ricondurli nel recinto.  Problema gigantesco. E’ di tutta evidenza  che senza  regolamentare il settore finanziario e senza una seria riforma dei Trattati sarà difficile garantire  stabilità economica. Come pure invertire la marcia e promuovere la crescita. Per mantenere in piedi un’area valutaria comune ci vorrebbe una adeguata struttura politica. Esattamente quel che manca. Non è un caso che stia crescendo in Europa l’area degli euro-pessimisti. E  si  infoltiscano le file di chi vuole eliminare la moneta unica.