Amanda Knox dà forfait e si difende chiamando in causa lo spettro di Satana

Amanda Knox dal suo esilio dorato in America, dove scrive libri-memoria, parla ai giornali come una star, firma contratti milionari e cura la sua immagine affidandosi a un consulente per le pubbliche relazioni, trova un espediente per dare forfait. Doveva presentarsi al palazzo di giustizia di Firenze – dove è in corso il processo di appello-bis per la morte e di Meredith Kercher, la ragazza inglese uccisa nella notte del 1° novembre 2007 a Perugia – per rispondere alle accuse e invece parla di presenze demoniache ed evoca lo spettro di Satana. «Non sono presente in aula perché ho paura – dice – Ho paura che la veemenza dell’accusa vi impressionerà, che il loro fumo negli occhi vi accecherà». In una mail inviata alla Corte d’assise d’appello definisce le accuse un «abuso ingiusto e maligno». Ne ha per tutti, attacca anche gli investigatori: «Mi hanno mentito, urlato, minacciata, dato due scappellotti sulla testa. Mi hanno detto che non avrei mai più visto la mia famiglia se non avessi ricordato cos’era successo a Meredith quella notte». Poi, riferendosi alla calunnia nei confronti di Patrick Lumumba racconta che quella confessione sarebbe stata estorta: «Dobbiamo riconoscere che una persona possa essere portata a confessare falsamente perché torturata psicologicamente».  Definisce Meredith sua «amica». «Lei mi era simpatica, mi aiutava, era generosa e divertente. Non mi ha mai criticata. Non mi ha mai dato neppure un’occhiataccia. L’accusa – continua Amanda – afferma che una rottura era avvenuta fra me e Meredith per la pulizia. Questa affermazione è una deformazione dei fatti. Nel periodo breve che Meredith e io eravamo coinquiline e amiche non abbiamo mai litigato». E dulcis in fundo la sua difesa d’ufficio: «Il mio comportamento dopo la scoperta dell’omicidio indica la mia innocenza. Mai avrei pensato o immaginato che avrebbero usato la mia ingenua spontaneità per supportare i loro sospetti. Non ho nascosto i miei sentimenti: quando avevo bisogno di conforto Raffaele mi abbracciava, quando ero arrabbiata bestemmiavo e facevo osservazioni insensibili». Una mail che il presidente della Corte d’Assise, Alessandro Nencini bolla come “irrituale”. Parlando con i difensori della Knox precisa che «chi vuol parlare nei processi viene nei processi. Non sono dichiarazioni spontanee». Il presidente della Corte sottolinea anche che sono i difensori ad attribuire ad Amanda la paternità del testo: «Io non l’ho mai vista, non la conosco».