Addio a Peter O’Toole, il Lawrence d’Arabia che ha incarnato l’anima tormentata del cinema

Ci sono immagini che entrano d’imperio nell’immaginario collettivo: Peter O’Toole in abiti orientali, che cavalca nel deserto alla guida della rivolta araba di inizio Novecento, è una di quelle. È con Lawrence d’Arabia di David Lean, del 1962, infatti, che l’attore irlandese, scomparso ieri a 81 anni dopo una lunga malattia, al Wellington Hospital di Londra, entra indiscutibilmente nel mito, a dispetto dei mancati Oscar soffiati all’ultimo minuto da un altro attore: candidato per ben otto volte, O’Toole ha conquistato una sola statuetta nel 2003, doverosamente riconosciutagli dai membri dell’Academy a compendio (risarcimento?) di una carriera ricca di successi e di intramontabili interpretazioni, e costellata comunque di premi e riconoscimenti: come il David di Donatello conquistato come miglior attore straniero per La notte dei generali, e il Golden Globe vinto per Il leone d’inverno. Di contro, fuori dal set, l’attore è stato protagonista di una quotidianità controversa che ha dato adito, nel tempo, a una letteratura biografica punteggiata da fragilità e intemperanze, che non ha escluso, purtroppo, i capitoli dell’alcolismo – culminati alla fine degli anni Settanta in un delicato intervento di rimozione di parte del pancreas e dello stomaco – e delle violenze domestiche denunciate dalla prima moglie, Sian Phillis. Un privato travagliato, il suo, che tradiva un animo tormentato e una vulnerabilità che, se da una parte hanno causato tante difficoltà nella sua dimensione affettiva, dall’altra hanno contribuito a decretare il suo successo sul set e sul palcoscenico. Affermazioni acclarate e confermate in oltre cinquant’anni di impegno istrionico, suddivise in debutti teatrali in classici shakespeariani (l’attore, per sua stessa ammissione, vantava una conoscenza del repertorio del sommo poeta da guinness, con tanto di memorizzazione di tutti i 154 sonetti), e più di novanta titoli tra cinema e televisione. Lavori che l’hanno visto, indifferentemente, indossare i panni del sovrano (Becket e il suo re, Il leone d’inverno) o dell’insegnante (Goodbye, Mr. Chips), del regista megalomane (Professione pericolo), e persino dare voce al volto cartoon dell’integralista critico cinematografico, Anton Ego, nella versione originale di Ratatouille, a conferma, sempre e comunque, di un talento naturale accresciuto stilisticamente da un pregiato apprendistato teatrale londinese. Una forza interpretativa, la sua, che ha rivelato anche una insospettabile disinvoltura nella commedia, emersa fin dalle sue prime interpretazioni, e fino alle ultime performance degli anni recenti, da The whole world at our feet (2013) di Salamat Mukhammed-Ali, passando per 007 Casino RoyaleTroy, solo per citarne qualcuno. Molte, inoltre, le partecipazioni a serie tv, fra le più recenti la seconda stagione di The Tudors, in cui aveva interpretato Papa Paolo III, il pontefice che scomunicò Enrico VIII. Poi, la scorsa estate Peter O’Toole aveva annunciato l’addio al cinema, e per il suo ottantesimo compleanno aveva deciso di ritirarsi. Fino ad oggi, giorno del commiato definitivo dalla scena della vita.