2013, la “rivoluzione” di Bergoglio nel segno di Wojtyla e Ratzinger

«Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati  a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui».  Ecco l’esordio del discorso pronunciato da José Maria Bergoglio appena eletto papa.  Le prime parole pronunciate da un nuovo Pontefice tendono sempre a lasciare il segno (al di là del loro carattere necessariamente estemporaneo), quasi recassero il suggello del suo magistero. Si tratta di un approccio che può risultare  interessante per tentare di decifrare l’eccezionalità di uno dei grandi eventi del 2013: l’avere imposto la storica novità della compresenza di un Papa emerito e di un Papa regnante.

Dunque il suggello nelle prime parole: così fu  nel caso di Papa Wojtyla, il 16 ottobre 1978: «Gli eminentissimi cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino  per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana». Quel paese, come tutti sappiamo, era la Polonia, allora oppressa da un regime comunista. E si trattava di un  regime nemico dell’Italia e dell’Occidente. Vale la pena ricordare che, nel 1978, l’Unione Sovietica aveva installato da due anni gli SS20, i  missili nucleari a medio raggio e a testata multipla puntati contro tutte le capitali dell’Europa occidentale, quindi anche contro Roma e il Vaticano. Definendo “vicina” la Polonia, Wojtyla non si limitò solo a ricordare una circostanza culturale e storica, ma, alla luce dei fatti degli anni successivi, fece anche un annuncio profetico. Ed è appunto questa, la profezia, la cifra del Pontificato di Giovanni Paolo II. È un discorso  valido non solo in riferimento al crollo del comunismo e alla storia politica, ma anche riguardo alla crisi morale e spirituale della società moderna, una società alla ricerca di una speranza. «Sul finire del secondo  millennio, abbiamo forse più che mai bisogno delle parole del Cristo risorto: “Non abbiate paura!”»: così afferma Papa Wojtyla in Varcare la soglia della speranza, il libro scritto con la collaborazione di Vittorio Messori nel 1994. Quella di Giovanni Paolo II  è la profezia della speranza.

Un segno anticipatore lo possiamo trovare anche nelle prime parole di Papa Ratzinger. A differenza di Giovanni Paolo II  e di  Francesco, Benedetto XVI non fa riferimento alla “diocesi” di Roma e quindi non c’è l’accentuazione del carattere pastorale del suo Pontificato. Ratzinger è infatti il Papa teologo, che non teme, anzi cerca, il confronto con il pensiero moderno, nella convinzione che la riaffermazione del carattere di verità della dottrina della Chiesa e del messaggio evangelico si imponga anche con gli strumenti della ragione filosofica. Il nuovo “avversario” del cristianesimo non è più tanto l’ateismo quanto piuttosto il nichilismo pratico, che corrode l’etica laica non meno di quanto non corroda i princìpi religiosi. Ma, nelle parole di Ratzinger, c’è anche un’umiltà straordinaria: «Cari fratelli e sorelle, dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insuffcienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere». In quell’umiltà c’è una forza “rivoluzionaria”, talmente dirompente  da manifestarsi appieno solo con l’atto “inaudito” delle “dimissioni”, che mai papa aveva osato compiere nella storia, dopo Celestino V nel XIII secolo.

Chi dunque tende a porre in contrapposizione lo  stile di Ratzinger con quello di Bergoglio si ferma alla superficie o fa finta di non capire. Perché la “rivoluzione” del Papa regnante non sarebbe stata possibile senza l’atto “rivoluzionario” per eccellenza del Papa emerito. Poi si può disquisire finché si vuole sulla grande differenza tra lo stile “regale” di Benedetto XVI e quello povero e umile di Francesco. Ma ciò attiene alle modalità della comunicazione del magistero pontificio, modalità che mutano necessariamente non tanto e non soltanto in relazione al diverso carattere e alla diversa personalità dei Pontefici ma anche e soprattutto in rapporto alle diversità dello “spirito del tempo” che essi sono chiamati a interpretare. La superficialità e la frettolosità dei giudizi è tale da impedire di cogliere i segni della continuità tra Ratzinger e Bergoglio anche quando questi sono evidenti. Così, ad esempio, i commentatori superficiali hanno esaltato la “novità” di Papa Francesco che dialoga con un ateo incallito come il fondatore de la Repubblica Eugenio Scalfari. Ma sono stati in pochi a ricordare che, ben prima di questo pur importante dialogo, s’era svolto il confronto tra Ratzinger e un grande filosofo laico come Jurgen Habermas. E gli esempi potrebbero  continuare. Il punto da chiarire è che la “rivoluzione” di Francesco si spiega solo con l’eccezionalità dei tempi vissuti sia dalla Chiesa sia dal mondo al quale essa rivolge il suo messaggio. Un messaggio che non cessa di essere, con Bergoglio, un messaggio di speranza. Anche il magistero di Francesco si  svolge nel solo profetico tracciato da Giovanni Paolo II. Perché, volenti o nolenti, rimaniamo ancora nel varco di un millennio denso di sconvolgimenti.

Se Papa Wojtyla disse di venire da un «paese lontano», Papa Francesco afferma invece di venire «quasi dalla fine del mondo». Fa riflettere il fatto che il Pontefice abbia utilizzato un’espressione dal suono “apocalittico” per definire una grande distanza geografica. Un’espressione che però  precede la riaffermazione di una speranza: «Ma siamo qui», a dispetto della «quasi fine del mondo». Interroghiamoci pure sulla diversità delle parole dei Pontefici. Ma non dimentichiamo mai queste parole tratte dal Vangelo secondo Giovanni : «Il vento (dello Spirito) soffia dove vuole».