Si torna al punto di partenza: il gioco dell’oca della politica è durato vent’anni

I destini politici di Silvio Berlusconi e di Romano Prodi stanno segnando la fine del bipolarismo italiano che i due leader hanno interpretato per circa venti anni. Va detto con sincerità che prima delle loro leadership la politica italiana aveva toccato un punto molto basso, con Tangentopoli che aveva fatto venir meno i principali partiti e la sfiducia degli elettori alle stelle. Poi il crescendo della stagione dei sindaci, del maggioritario e dell’elezione diretta dei governatori regionali riportò la politica in carreggiata, creando un nuovo rapporto tra leader e cittadini.

Dopo venti anni ci sono adesso segnali evidenti che ciò che per due decenni ha tenuto in piedi il sistema politico sta venendo meno. A Silvio Berlusconi va riconosciuto il coraggio e la capacità di federare tutto ciò che si poteva federare nell’area alternativa alla sinistra, riuscendoci peraltro molto bene fino al 2006, quando invece il virus della distruzione del centrodestra si insinuò nella coalizione fino ad arrivare alla situazione critica di adesso. Lo stesso riconoscimento va dato a Romano Prodi, che da cattolico, democristiano e uomo della partecipazioni statali ha permesso alla sinistra di creare l’Ulivo, di vincere e di governare. Oggi il tramonto dei due leader è la riprova che quella stagione si è conclusa, anche e soprattutto a causa della incapacità delle due coalizioni di accordarsi su regole costituzionali ed elettorali condivise, di colpire duramente i privilegi della politica e di tagliare quella spesa pubblica improduttiva che impoverisce il paese e genera sprechi, clientelismo e corruzione.

In questo novembre, esattamente venti anni dopo l’endorsement di Berlusconi a Gianfranco Fini candidato a sindaco di Roma contro Francesco Rutelli, il Cavaliere sta per uscire dal Parlamento a seguito della imminente decadenza dovuta alla condanna definitiva sulla vicenda dei diritti Mediaset. Lo stesso vale per Prodi, che dopo aver battuto due volte Berlusconi, governato l’Italia e guidato la Commissione europea dando lustro ad una sinistra incapace di essere unita e di vincere, ha deciso di non rinnovare la tessera del Partito Democratico. Quella del Professore è senz’altro una reazione al tranello che dal suo partito gli è stato teso per impedirglielo l’elezione al Quirinale proprio quando sembrava cosa fatta, ma è anche la dimostrazione della fine di un’epoca.

Adesso che i due protagonisti del ventennio bipolare usciranno di scena (anche se a Berlusconi resterà il consenso elettorale che potrà gestire indirettamente) si rischia di finire dalla padella alla brace, come dimostra la confusione interna al Pdl e al Pd. A leggere i giornali sembra proprio che siano saltati i collanti che tenevano assieme partiti e coalizioni. A sinistra tra tesseramento, primarie, voglia di andare subito al voto ed altre amenità si sta per aprire una stagione da “fratelli coltelli” che difficilmente Matteo Renzi riuscirà a tenere a bada. E lo stesso sta accadendo nel Pdl, dove è imminente la resa dei conti che potrebbe portare ad una scissione.

Vent’anni dopo si è così tornati al punto di partenza come nel gioco dell’oca, con partiti vicini alla crisi, coalizioni senza collante e senza leadership elettorali condivise e stabili. Questo lascia presumere che avremo un 2014 simile al 1994, con la differenza che al momento non è dato sapere chi saranno i Berlusconi e i Prodi del prossimo ventennio.