Senza unità, nel dopo-Berlusconi non ci saranno né centrodestra né bipolarismo

Inutile minimizzare, dopo il 27 novembre, giorno in cui il Senato verosimilmente espellerà Silvio Berlusconi dal Parlamento, nulla sarà più come prima nella politica italiana. La decadenza del Cavaliere provocherà uno tsunami che investirà soprattutto il centrodestra. Ma anche la sinistra, per cavarsela, sarà costretta ad esibire impareggiabili doti da surfista. Piaccia o meno, il sette volte candidato a Palazzo Chigi, tre volte campione elettorale e quattro volte premier è il perno del nostro bipolarismo. Mezza Italia è con lui, l’altra metà gli è contro. Una volta decaduto, sarà impensabile che lo schema resti immutato. Anzi, per molti versi il dopo è già cominciato. È infatti per esplorare il dopo che qualcuno ha intrapreso la marcia dopo aver ammainato il gran pavese del berlusconismo “senza se e senza ma”. Ad animarlo non è tanto il calcolo poltronistico quanto la realistica consapevolezza di dover coltivare la prospettiva di un centrodestra senza il Cavaliere, “nuovo” appunto. Molto facile a dirsi, quasi impossibile a farsi.

L’area cosiddetta moderata è da sempre maggioritaria. Nel dopoguerra, tale blocco trovò nella Dc l’interprete di una politica rassicurante e nel feroce bipolarismo internazionale imposto dalla “Cortina di Ferro” la giustificazione – morale e pratica – di quella scelta. Con la fine della Prima Repubblica ed il crollo del comunismo internazionale, i moderati si sono stretti non più in un partito o in una coalizione ma intorno ad una leadership, quella di Berlusconi, carismatica e popolare. Persino troppo, forse, comunque tanto da funzionare da formidabile alibi contro chiunque si fosse azzardato a porre fastidiose questioni come ricambio, organizzazione, radicamento territoriale e selezione della classe dirigente.

L’attuale rassemblemant ha perciò la sagoma di un’opera incompiuta, cosa che rende la decapitazione politica del suo demiurgo leader ancor più drammatica ed irrimediabile. Inoltre, senza più la minaccia sovietica e senza l’insidia dei baffoni di Occhetto o del baffino di D’Alema a far da spauracchio, non sarà certo il faccione ridanciano del Renzi alle porte a far scattare la molla del ricompattamento nell’elettorato di centrodestra. Anzi. È facile prevedere che, immaginandolo vincitore, molti “moderati” cederanno volentieri alla voglia di correre in suo soccorso. C’è poco da fare: una volta strappato alla sua leadership, l’attuale elettorato ex-pidiellino sarà fatalmente esposto al rischio di favorire suo malgrado la restaurazione di un’operazione neocentrista e, stavolta, senza neppure poterla nobilitare con la paura dei carri armati sovietici o della più modesta “gioiosa macchina da guerra”.

Inutile girarci intorno, allo stato non esiste personalità, organismo o sinedrio di capi, in grado di rimpiazzare il Cavaliere nel cuore dell’elettorato. Esistono tante rispettabili ragioni ma nessuna in grado di sublimare in, seppur calcolata, passione. Queste continuerà ancora a fornirle Berlusconi nella sua impari lotta contro l’implacabile timing giudiziario, tuttora attivo. Ma sarà un duello sulla difensiva, combattuto a guardia strettissima dall’angolo del ring. Non c’è più il sogno del ’94 ad entusiasmare le masse, ma solo la ferma determinazione ad incoraggiare i credenti. In tal senso, il recupero di Forza Italia è solo il suggello sull’inevitabile crepuscolo. Certo, c’è un’evidente responsabilità dello stesso Berlusconi in tutto questo, ma non si può pretendere di trovare genio e regolatezza nella stessa bottega. A breve, dunque, il compito di trattenere l’elettorato moderato dalle insidie di Renzi o dalla tentazione del non-voto riguarderà tutti coloro che a vario titolo sono riconducibili alla stagione berlusconiana. La possibilità di poter contare su un centrodestra finalmente adulto ed ancora vincente è, da mercoledì prossimo, la vera sfida da vincere.