Rifiutata la grazia alla Timoshenko: a rischio l’accordo di libero scambio tra Ue e Ucraina

La commissione presidenziale ucraina ha rifiutato la grazia a Iulia Timoshenko. Lo ha confermato il deputato del partito Patria dell’ex premier, Andrei Shevchenko, riferendo del relativo documento mostratogli dal capogruppo in parlamento, Arseni Iatseniuk. La leader dell’opposizione è stata condannata nel 2011 a sette anni di reclusione ed è ricoverata da un anno e mezzo in un ospedale di Kharkiv per un’ernia del disco. La liberazione dell’ex principessa del gas è stata posta da Bruxelles come condizione per la firma dell’accordo di libero scambio con la Ue, ma finora le forze politiche ucraine non sono riuscite a trovare una soluzione condivisa. L’Ue preme per un ricovero di Timoshenko in una clinica di Berlino, ma il nodo della questione – su cui in Ucraina si continua a litigare – è se consentire all’ex premier di essere ricoverata all’estero da detenuta o da persona libera. Il presidente Viktor Ianukovich sembra disponibile a consentire alla sua acerrima rivale di curarsi in Germania (a patto che il parlamento voti una legge in tal senso), ma non a riabilitarla né a concederle la grazia. Anche perché potrebbe trovarsela contro alle presidenziali del 2015.

Rimane quindi ancora irrisolto il problema della giustizia “selettiva” lamentato dall’Ue – che ritiene che dietro la condanna a sette anni inflitta nel 2011 alla Timoshenko vi siano motivazioni politiche – e, se questo nodo non viene sciolto al più presto, l’accordo di associazione potrebbe essere a serio rischio. Senza l’accordo sulla Timoshenko diventa a rischio l’accordo di associazione e libero scambio tra Ucraina e Ue che potrebbe essere siglato a Vilnius in un summit il 28-29 novembre. Tuttavia, la stessa leader dell’opposizione preme perché l’accordo venga firmato. «Quali che siano le circostanze», scrive la stessa Timoshenko, in una lettera aperta letta dalla figlia Ievghenia. E quindi, imprimendo forse una svolta a tutta la vicenda, anche se non si dovesse trovare a breve una soluzione che le consenta di essere ricoverata in Germania, come esige l’Ue.