Retroscena choc su Lampedusa: prima del naufragio tutte le donne erano state violentate

«Dai racconti dei sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre è emerso che le donne venivano tutte violentate dai componenti dell’organizzazione criminale che gestiva la tratta dei migranti». Lo racconta, nel corso di una conferenza stampa in cui è stata illustrata l’indagine che ha portato al fermo di un somalo (Mouhamud Elmi Muhidin, 34 anni) e un palestinese (Attour Abdalmenem, 47 anni) responsabili del traffico di immigrati diretti in Italia, il capo della mobile di Agrigento Corrado Empoli. Il somalo è stato individuato perché era stato riconosciuto nel cpa di Lampedusa dai migranti sopravvissuti che hanno tentato di linciarlo. In particolare venti extracomunitarie sarebbero state stuprate sia dal cittadino somalo fermato sia da alcuni miliziani libici nel periodo in cui i migranti erano tenuti prigionieri in un centro di raccolta a Sheba, in Libia. I migranti hanno raccontato anche di avere subito torture con scosse elettriche e percosse. Una delle accusatrici del somalo è una ragazza di 18 anni, eritrea, tra i sopravvissuti al naufragio del barcone. Le violenze sono avvenute nel centro di raccolta di Sheba in cui i migranti venivano tenuti prigionieri. «Dopo essere stata picchiata – ha raccontato agli inquirenti – sono stata riportata all’interno della stanza e lì ho raccontato ai miei compagni di viaggio ciò che mi era accaduto. Preciso che tutte e 20 le ragazze che sono state sequestrate sono state oggetto di violenza sessuale e che nel compiere l’atto i miei stupratori non hanno fatto uso di protezione non curanti neanche della mia giovane età, in quanto ancora vergine». «All’interno della casa in questione – ha proseguito nella sua deposizione – dopo averci rinchiusi in una grande stanza ci prelevavano uno per uno privandoci dei nostri effetti personali e utilizzavano il nostro telefono cellulare per chiamare i familiari e richiedere un riscatto per la nostra liberazione. Preciso che eravamo costretti a stare in piedi per tutta la giornata e che ci obbligavano a vedere i nostri compagni mentre venivano torturati con vari mezzi, tra cui manganelli, scariche elettriche alle piante dei piedi e nel peggiore dei casi per chi si ribellava gli stessi venivano legati con una corda collegata gli arti inferiori ed il collo, in modo che anche un minimo movimento creava un principio di soffocamento».