Prodi sbatte la porta e accusa: il Pd è fallito. Epifani minimizza e Renzi teme un contraccolpo alle primarie

Ha giocato la sua partita ora tocca alle nuove leve. Romano Prodi, due volte premier nel 1996 e nel  2006, l’unico riuscito nel miracolo di traghettare la sinistra a Palazzo Chigi, esce di scena tra accuse e autocritiche. È ufficiale e non sarà senza contraccolpi per un Pd già spompato dallo scandalo delle tessere gonfiate. È lui stesso a spiegarlo al ritorno dagli Usa,  amareggiato dai siluramenti alle spalle, ultimo in ordine di tempo il trappolone quirinalizio con i  101 franchi tiratori. Ma il grande freddo con il partito che ha fondato risale a prima di quel 13 aprile, come mette nero su bianco la sua ex portavoce nel suo libro I tre giorni che sconvolsero la storia della sinistra italiana. «È fallita la mia idea di Pd, non era questo il mio progetto», spiega il Professore che declina l’invito dei fedelissimi a non gettare la spugna. L’assenza a tutte le Feste dell’Unità,  il rifiuto di prendere la tessera, poi l’annuncio del forfait ai gazebo delle primarie chiudono il “suo” ventennio consumato tra pullman trionfanti, Ulivi mai sbocciati, tradimenti (nel ’98 fu il Prc di Bertinotti a staccargli la spina, nel 2008 la sfiducia in Senato) e logoramenti. Metà partito, però, non si straccia le vesti, solo l’entourage di Renzi (al quale il professore si è avvicinato scaricando Bersani) teme un contraccolpo di immagine e di partecipazione alle primarie.

Prodi in odore di nuovi incarichi internazionali toglie il disturbo anche per sottrarsi – dice – «ai tanti e sempre in azione nemici storici l’ennesimo pretesto per scatenare intorno alla mia persona, approfittando delle primarie, polveroni e polemiche fecendo di tutto per trafornarmi in un elemento di divisione». Vendetta solitaria? «Chi lo pensa non mi conosce affatto», risponde Prodi che potrebbe chiudere la carriera da segretario dell’Onu. «Se va via il padre fondatore, le cose buttano male», ragionano in molti e l’ex portavoce del sindaco di Firenze , Simona Bonafè, si chiede «come faremo a rilanciarci». Un felpato Enrico Letta sdrammatizza: «Io andrò a votare ma capisco Prodi lui è una personalità fuori dalla politica e ha un profilo diverso»; Guglielmo Epifani  sufferisce che il modo migliore per «onorare» la scelta prodiana è rispettarla e subito dopo avverte Renzi che non sarà l’unico in pista come candidato premier. L’unico nella storia ad aver battuto due volte il Cavaliere si può archiviare così?. Pippo Civati, sfidante numero due di Renzi dopo Cuperlo, vuole convincerlo ad accettare «la tessera numero uno del 2014». Per Gianni Cuperlo il partito non deve limitarsi  rivolgergli un appello a ripensarci, deve fare in modo che il Pd diventi di nuovo quel partito «in cui tanti, e anche Romano Prodi, possano riporre la loro fiducia». Se vincerà le primare lo scandalo dei franchi tiratori non si ripeterà, lo sfidante, dalemiano doc,  avverte: «Se ci sarò io dal 9  non ci sarà più nessuno dei 101».